Ministero dell'Economia e delle Finanze

Ministero dell'Economia e delle Finanze

lunedì 30 dicembre 2013

Buon 2014 a tutte/i.

Mentre il mainstream della borghesia cerca di convincerci che la ripresa economica è iniziata, la realtà che viviamo è ben diversa; la recessione continua e le condizioni di vita e di lavoro di milioni di lavoratori e di larghe fasce popolari si fanno sempre più dure.
La chiusura delle fabbriche e i licenziamenti continuano e, per chi lavora, la situazione è critica fra riduzioni salariali, aumento dei carichi, dei ritmi, degli orari di lavoro e dei ricatti padronali.
Il tasso di disoccupazione ufficiale ha sfondato il 12,5% e crescerà ancora nel prossimo anno; quello giovanile è al 40%, con cifre maggiori al sud e fra le donne.
9,2 milioni di persone oggi sono "ufficialmente" povere, tra cui un milione di bambini in povertà assoluta.
La miseria si abbatte su nuovi strati di lavoratori che non riescono più a curarsi, a pagare le bollette, a scaldare la casa.
All’altro polo della società, un 10% di borghesi possiede oltre il 50% della ricchezza nazionale, vivendo nel lusso e nello spreco, beneficiando della crisi di cui sono responsabili.
Alla profonda e prolungata crisi economica del capitalismo, si accompagna la decomposizione del sistema politico borghese e dei suoi vecchi e corrotti partiti che perdono continuamente consensi.
Nonostante lo sfaldamento delle "larghe intese", il governo "Alfetta" continua nella sua nefasta azione.
La legge di stabilità, le privatizzazioni, le sovvenzioni a grandi imprese, alle banche, il continuo taglio alle spese sociali, l’aumento delle tasse per i lavoratori e il blocco contrattuale comportano costi sociali tremendi.
Attraverso queste misure prosegue, quindi, la politica di austerità e di guerra, di saccheggio sociale imposta dall’oligarchia finanziaria e dalla troika UE-BCE-FMI.
Insieme alle misure antipopolari va avanti il piano di trasformazioni reazionarie a livello politico e istituzionale.
L’obiettivo che si prefigura è la modifica dell’art. 138 della Costituzione; in questo modo si punta alla creazione di una Repubblica presidenziale di tipo autoritario, antidemocratica, che estenderà la reazione politica a macchia d’olio.
I fatti dimostrano che nel contesto dell’aggravamento della crisi generale del capitalismo la borghesia, per salvaguardare i suoi interessi e il suo dominio di classe, getta nel fango le libertà conquistate dai nostri padri, diventa sempre più aggressiva e non esita a disfarsi dello stesso ordinamento costituzionale divenuto incompatibile con le fameliche esigenze del capitale finanziario.
In questo scenario, numerose sono le forze servili al capitalismo che svolgono un ruolo di freno, affossando le istanze di cambiamento che provengono da interi settori popolari, criminalizzando la protesta sociale.
Basta pensare alla proposta sul mondo del lavoro presentata dalla nuova segreteria renziana, il Job Act: cancellazione dell'articolo 18 ai neo assunti per i primi tre anni, durante i quali gli imprenditori sarebbero privati dal pagamento dei contributi che andrebbe a carico dello stato; superamento dei numerosi contratti di lavoro per arrivare alla realizzazione di un contratto unico; così come sarebbe unico il sussidio di disoccupazione che andrebbe a sostituirsi all'attuale cassa integrazione, vincolato a un corso obbligatorio di formazione.
Sarà il nuovo che avanza o il fascino di nuove proposte ma quello che salta agli occhi sono solo vecchie proposte condite in una salsa nuova, tra cui il classico tentativo di eliminare l'articolo 18 o, per lo meno, mettere a segno un ulteriore passo in avanti verso la sua cancellazione.Questo è lo scenario che si intravede per il futuro del mondo del lavoro; una prospettiva che, ancora una volta, va a sposarsi con gli interessi dei padroni.
Il loro compito, quindi, è quello di isolare i settori più combattivi dei lavoratori sostenendo, recentemente, anche l'inutilità dello sciopero generale, nonostante negli ultimi mesi numerosi sono stati gli strati della classe produttiva che hanno ripreso il cammino di lotta contro le conseguenze della crisi economica, l’offensiva capitalista, le manovre reazionarie.
Si è aperta, infatti, una nuova fase di mobilitazione ascendente, in cui si moltiplicano le proteste e le mobilitazioni di massa su diversi terreni: lavoro, salario, casa, ambiente, lotta alle privatizzazioni, tasse.
Dagli operai ai tranvieri, dagli studenti alle donne, dai senza casa ai migrati, da Genova a Napoli, dalla Val Susa alla Sicilia la resistenza e le mobilitazioni si sviluppano riempiendo le strade. La classe lavoratrice, specie quella delle fabbriche investite dalle dismissioni e dalle ristrutturazioni, esige soluzioni dignitose per il lavoro, il salario e le pensioni a spese dei capitalisti e dei ricchi.
Altri settori sociali, vittime della crisi, impoveriti e declassati, si sono messi in movimento; all’interno di queste mobilitazioni osserviamo un più netto rifiuto delle logiche istituzionali e parlamentari, una maggiore radicalizzazione delle forme di lotta.

L'anno nuovo che verrà dovrà dare, quindi, maggiore impulso ad una partecipazione attiva dal basso; dovrà rafforzare il protagonismo sociale, la mobilitazione e l’autorganizzazione dei lavoratori indispensabili per rilanciare una combattiva opposizione di classe.
E’ necessaria una radicale svolta di classe, nelle forme di lotta e di organizzazione, nel programma e nelle parole d’ordine perché senza questo il malcontento rischia di essere intercettato dalle forze reazionarie che agiscono come strumenti del grande capitale per recuperare la collera montante contro l’UE e i governi dell’austerità, dividendo la classe lavoratrice e le masse popolari.
Non c’è altro tempo da perdere con la passività e l'attendismo.
I lavoratori non possono e non devono rassegnarsi; è ora di rompere gli indugi.

Buon 2014 di lotta a tutte/i.

lunedì 23 dicembre 2013

Bocche cucite.



Hanno mandato alcuni avanzi di televisione a fare un miserevole, inutile e costoso show nei campi profughi in giro per l’Africa ma, alla fine, bastava fare quattro passi in periferia per trovare i lager nascosti dietro casa.
Dalle disinfestazioni contro la scabbia a Lampedusa, alle condizioni inumane del CIE di Ponte Galeria di Roma.
Ma una nuova forma di protesta, forse più violenta di una rivolta vera e propria è in atto.
E’ quanto sta avvenendo, infatti, da sabato 21 dicembre al CIE di Ponte Galeria.
Hanno iniziato in 4, poi in 8 e da ieri sono 15 i migranti che si sono cuciti le bocche.
Un gesto estremo, per denunciare quanto sia insopportabile il trattenimento nei centri di identificazione ed espulsione.
Quello che chiedono è la tutela della dignità umana, tempi di trattenimento o di espulsione più rapidi, assistenza legale e sanitaria.
Diritti che sono sistematicamente violati.
Questi centri sono il buco nero della democrazia e della politica italiana, intrisa di noncuranza, d’avversione xenofoba, di disorganizzazione assoluta, d’ipocrisia.
Facciamo finta di apprendere ciò che si sa benissimo, come se ci trovassimo di fronte alla scoperta di realtà sconcertanti.
Insomma un bignami dei vizi italiani.
Probabilmente molti di noi, educati a pensare che l’immigrazione sia il guaio di questo Paese, importa poco di ciò che accade nei CIE; ma, forse, dovrebbe importare il fatto che, grazie alle politiche economiche e alle attenzioni riservate ai lavoratori, stiamo incominciando a ricevere lo stesso trattamento, stiamo diventando anche noi immigrati nel nostro paese.
Questo è il forte grido che ci giunge dai nostri fratelli migranti; non possiamo più aspettare.
I CIE devono essere chiusi.

Questo è il nostro più sincero augurio.

domenica 8 dicembre 2013

Nadiba.

E’ morto, nella serata di giovedì 5 dicembre, Nelson Mandela, uno dei protagonisti della lotta di liberazione contro la segregazione razziale e, più in generale, contro il dominio coloniale delle classi dominanti, legati ai bianchi afrikaner, in Sudafrica.
In queste ultime ore, i potenti e i media si affannano nel ricordare il Mandela Nobel per la Pace; noi, invece, vogliamo ricordare il Nadiba militante rivoluzionario.
Infatti, negli ultimi anni si è cercato di disinnescare la figura rivoluzionaria di Nelson Mandela facendone una icona del pacifismo e della convivenza, usandolo come testimonial per campagne umanitarie ma depotenziando completamente il piano politico e rivoluzionario della sua vita e della storia.
Basta pensare che l'African National Congress, che ha guidato la lotta contro l'apartheid in Sudafrica, è stato rimosso dall'elenco delle organizzazioni considerate terroristiche dal governo degli Stati Uniti solo nel 2008.
La Lady di ferro inglese, Margaret Thatcher, considerava Mandela un vero e proprio terrorista.Certo, siamo consapevoli che, nonostante i passi avanti e i diritti ottenuti dalla popolazione nera, in Sudafrica oggi le disuguaglianze sociali restano un nodo irrisolto: il reddito pro capite dei neri sudafricani è ancora sei volte inferiore rispetto a quello dei bianchi, mentre dilaga la corruzione.
Non ultimo, nei mesi scorsi il paese è stato scosso dalla protesta dei minatori che chiedevano migliori condizioni lavorative, salariali e di vita in generale; una protesta che più volte è finita nel sangue con l’intervento repressivo della polizia.
La vicenda storica e politica di Mandela è, quindi, ben più complessa rispetto alla narrazione mainstream.
Qualche data e qualche dato: nel 1942 Mandela entra nell’African National Congress e fonda l’associazione giovanile Youth League.
Nel 1948, insieme al compagno e avvocato Oliver Tambo, costituiscono un ufficio legale per l’assistenza gratuita delle persone prive di qualsiasi tutela giuridica.
Nel 1961 divenne il comandante dell’ala armata Umkhonto we Sizwe dell’ANC, della quale fu cofondatore. Coordinò la campagna di sabotaggio contro l’esercito e gli obiettivi del governo ed elaborò piani per una possibile guerriglia per porre fine all’apartheid; raccolse anche fondi dall’estero per il MK e dispose campi militari.
A sostenere la battaglia, anche armata, contro il segregazionismo istituzionale bianco ci furono diverse realtà dell'internazionalismo antimperialista dell’epoca: combattenti cubani, angolani dell’MPLA, le milizie armate dell’African National Congress e dei namibiani della Swapo, per citarne solo alcuni.
Nell’agosto 1962 fu arrestato dalla polizia sudafricana e imprigionato per 5 anni con l’accusa di viaggi illegali all’estero e incitamento allo sciopero.
Mandela fu accusato di sabotaggio e di altri crimini equivalenti al tradimento e fu condannato all’ergastolo il 12 giugno 1964.
L’imputazione includeva il coinvolgimento nell’organizzazione di azione armata, in particolare di sabotaggio (del cui reato Mandela si dichiarò colpevole) e la cospirazione per aver cercato di aiutare gli altri Paesi a invadere il Sudafrica (reato del quale Mandela si dichiarò invece non colpevole).
Rifiutando un’offerta di libertà condizionata, in cambio di una rinuncia alla lotta armata (febbraio 1985), Mandela rimase in prigione fino al febbraio del 1990; uscì dal carcere di Robben Island, dopo circa 28 anni di detenzione.
Nel 1994 divenne il primo presidente nero del Sudafrica.

La storia della sua vita, quindi, non è quella che ci raccontano banalmente.
Madiba è una vicenda molto più ricca, complessa e radicale della melensa immagine di "pace e amore" con cui in questi giorni viene riempito lo spazio comunicativo.
Nelson Mandela fu un guerrigliero, un rivoluzionario.


Solo chi è disposto a sognare un mondo migliore lo cambia davvero e, un vincitore, è semplicemente un sognatore che non si è mai arreso.

mercoledì 4 dicembre 2013

made in Italy.

Abbiamo aspettato alcuni giorni prima di prendere la parola sulla strage di Prato.
Volevamo cogliere in flagrante l’atteggiamento prevalente sull’ennesima mattanza di operai, stavolta di nazionalità cinese, simile purtroppo ad altre stragi annunciate, come la Tyssenkrupp, la Mineo, l’Umbria Olii, la Mecnavi, giusto per citarne alcune.
Come e più delle altre volte, l’atteggiamento, il tentativo smaccato delle istituzioni, dei nostri squallidi politicanti e degli organi di stampa, è stato quello di scaricare l’intera colpa sui criminali padroni cinesi.
Ma sono soltanto loro gli infami responsabili di questo assassinio?
I sette operai cinesi morti nel rogo di Prato, facevano parte di quell’esercito di proletari immigrati che oggi costituisce circa il 10% degli occupati nel nostro paese e che produce circa il 12% della ricchezza nazionale.
Operai senza diritti, senza orario, senza sicurezza, ricattati dai permessi di soggiorno, usati dal capitale per estrarre montagne di plusvalore e per premere sull’intera massa di lavoro proletario, così da peggiorare le condizioni di tutti.
Nella fattispecie, operai senza nome che vendono la loro forza-lavoro per salari irrisori e a condizioni di lavoro bestiali per produrre merci a basso costo richieste dalle firme italiane del “fashion”.
Sono queste aziende che dettano modalità e tempi di consegna delle merci, facendo gestire le galere industriali a padroni e prestanomi cinesi con i quali spartire i profitti; la fabbrica-dormitorio di Prato non è nulla di nuovo che il modello di sfruttamento e flessibilità che il capitale impone.
E’ l’altra faccia della delocalizzazione, delle strategie di molte aziende tessili attente alle mutevoli esigenze della "moda" che esige tempi rapidi, specializzazione e vicinanza con la rete dei subfornitori; tutto questo serve al grande capitale, ai grossisti che controllano le filiere produttive e commerciali alla ricerca del massimo profitto, la sola legge che il capitale conosce.
Per questo le istituzioni spesso chiudono entrambi gli occhi sui "rispettabili titolari di imprese", siano essi italiani o stranieri, che realizzano la spremitura di plusvalore nel cosiddetto sommerso per offrire il "prezzo migliore" e realizzare l’affare.
La strage di Prato non è una strage "cinese", ma una strage "made in Italy".
Bruciati vivi nella fabbrica-dormitorio in cui lavoravano, immolati sull’altare del dio profitto, come se fossero ancora in una di quelle zone economiche speciali su cui si fonda il miracolo cinese.
Perché la nuova cartografia del lavoro non riconosce più i confini tra metropoli e periferia e universalizza al ribasso le condizioni di vita e di sfruttamento di milioni di proletari.
Essa svela il volto disumano e criminale di un modo di produzione e di appropriazione di prodotti che poggia sugli antagonismi di classe, sullo sfruttamento degli operai, della forza lavoro da parte dei capitalisti.
Se il paese d'origine degli operai sacrificati è la Cina, potenza capitalista emergente nella quale esistono rapporti sociali di produzione altrettanto bestiali di quelli subiti dagli operai di Prato, il luogo in cui questi operai sono stati immolati per gli interessi dei capitalisti, è l’Italia.
Un "democratico" paese imperialista sulla via del declino, che vede nel decantato distretto tessile di Prato il modello da applicare per reggere la concorrenza internazionale, rilanciare l’export e tornare alla "crescita".
Un "bel paese" che,  per evitare di mettere a repentaglio gli investimenti delle multinazionali italiane in Cina, glissa sui controlli severi da praticare sulle imprese cinesi in Italia, a partire dal depotenziamento delle strutture adibite a quel compito,

Il tutto, a costo di spendere qualche lacrimuccia di coccodrillo.

mercoledì 13 novembre 2013

L'uso delle parole.

Minorato Vocabolario on line - Treccani.it

minorato agg. e s. m. [part. pass. di minorare].

1. agg. e s. m. (f. -a) Di persona che, per cause patologiche, congenite o acquisite, o per mutilazioni, lesioni gravi dell’organismo e sim., è parzialmente privata delle facoltà fisiche o psichiche e non può inserirsi pienamente nella vita sociale: ragazzo m.; asilo, istituto per bambini m.; nell’uso, più frequente come sost.: m. fisico; i m.di guerra, i mutilati e gli invalidi; m. psichico, espressione generica che indica l’individuo le cui facoltà psichiche, e in partic. quelle intellettive e volitive, non raggiungono il normale livello di efficienza, senza però fare riferimento alle cause e alle modalità di insorgenza di tale condizione deficitaria. In tutte le espressioni ora citate, il termine è spesso considerato offensivo ed è stato pressoché abolito nel linguaggio ufficiale per essere sostituito con altri termini specifici.


L’utilizzo di parole che fanno riferimento alla disabilità, per insultare il proprio interlocutore è, purtroppo, una prassi dura a morire; un malcostume, un fenomeno radicato e diffuso.
"Minorato", "cerebroleso", "disabile", "mongoloide", "demente", "down", "handicappato", "disturbato" sono espressioni che troppo spesso ascoltiamo in televisione, alla radio, a scuola, sul lavoro, per strada o leggendo i giornali.
Nella maggior parte dei casi non c’è cattiveria o odio a spingere chi utilizza come insulto queste espressioni; si tratta, più spesso, di maleducazione, ignoranza, cattivo gusto.
C’è un po’ di tutto, insomma.
Il comune denominatore, comunque, è sempre lo stesso: adoperare peculiarità fisiche o situazioni di disabilità (intellettive, psicologiche, linguistiche, fisiche, sensoriali), per rivolgersi in modo spregiativo nei confronti di un avversario da colpire e rendere risibile.
Un vero e proprio virus quello delle offese alle persone con disabilità, ai minorati, appunto.
Ed è ancora più grave, poi, se a utilizzare questi termini in modo così gratuito, considerandoli insulti, sia  una organizzazione sindacale che si rivolge ai lavoratori del nostro ministero.
Non abbiamo nessuna intenzione di entrare nella diatriba che ha avvolto la contrattazione della quota del 20% del fondo di sede degli uffici centrali; si tratta, infatti, del solito teatrino, di una pantomima che viene recitata ogni anno e di cui si conosce, ormai, già il copione.
, tantomeno, vogliamo contaminarci nelle faide pseudo sindacali, a favore dell'uno o dell'altro.
Ci inorridisce, invece, il lessico utilizzato nel comunicare quello che è accaduto: "Meglio minoritari che minorati", così è stato intitolato un comunicato sindacale.
Una vergogna.
E pensare che chi adopera così spavaldamente questi termini, in questi giorni, invita i lavoratori a scioperare in nome dell'equità e della giustizia sociale.
In realtà, per noi, l'uso così disinvolto della parola "minorati" va ben oltre i confini della questione e dei diretti interessati, peraltro anch'essi partecipanti di questo triste teatrino; rappresenta, infatti, una visione sprezzante del disprezzo, una cultura fascistoide basata sull'attacco alla diversità e alla sofferenza.
Alla fine di ottobre, Raffaele, medico malato di Sla, è morto per il troppo stress dovuto ad un estenuante presidio sotto il nostro ministero, al quale aveva partecipato: lottava per aumentare il fondo per la non autosufficienza e per l'assistenza domiciliare ai disabili gravi e gravissimi.
Le parole, quindi, sono importanti, sono capaci di creare e distruggere, di spostare montagne, di assolvere o condannare, di riconoscere la dignità o cancellarla.
Non si tratta di essere buonisti perché ci sono parole che pesano come macigni, c
he confondono, mistificano, discriminano e offendono, contribuendo a reiterare, attraverso il linguaggio, ineguaglianze e ingiustizie; le parole possono essere muri o ponti.

mercoledì 6 novembre 2013

Pubblici dipendenti alla deriva.

Con il Decreto del Presidente della Repubblica n. 122 del 4 settembre 2013, pubblicato in Gazzetta Ufficiale n. 251 del 25.10.2013, il Governo “Alfetta” ha emanato il Regolamento in materia di proroga del blocco della contrattazione e degli automatismi stipendiali per i pubblici dipendenti.
Quindi, viene nuovamente bloccato il CCNL per tutti i dipendenti pubblici anche per il 2013 e 2014, prolungando la dieta forzata dei lavoratori iniziata nel lontano 2010 (D.L. 78).
Il governo dalle larghe intese, pertanto, si ritrova in perfetta sintonia con i suoi predecessori che individuano nei lavoratori della pubblica amministrazione coloro che devono, più di tutti gli altri, sostenere gli effetti disastrosi della crisi economica prodotta dagli speculatori finanziari.
Ma questo regolamento, oltre a continuare l’opera di congelamento dei salari dei lavoratori pubblici, congela anche progressioni di carriera, passaggi tra le aree e scatti di anzianità che avranno solo effetti giuridici.
Ma non contenti, nel freezer inseriscono anche l’indennità di vacanza contrattuale (IVC) dal momento che si bloccano gli incrementi che matureranno nel 2013 e 2014, congelando gli importi a quelli attualmente percepiti.
Se ne riparlerà, quindi, nel 2015.
Dimenticavamo: le economie derivanti dai processi di “razionalizzazione”, i tagli al personale per intenderci, che finora venivano restituite alla contrattazione, verranno incamerate dalla fiscalità generale.
Ma i padroni, sanno essere anche generosi.
Infatti, hanno previsto che il CCNL potrà avviarsi solo sul piano normativo avendo a riferimento, dal punto di vista economico, la massa salariale esistente; quindi, qualunque intervento di natura normativa sarà sostenuta con le risorse economiche esistenti generando un ulteriore spostamento di salario o l’eliminazione di voci retributive.

La lotta di classe esiste, quindi, ma la stanno vincendo loro.

martedì 29 ottobre 2013

La sintesi.

Siamo stati ripresi perché il nostro precedente comunicato sulla soppressione delle RTS e degli UCB è stato prolisso.
Questa volta, cercheremo di esprimere il nostro pensiero sulla riunione di ieri pomeriggio in modo chiaro e conciso, affinché sia letto e compreso immediatamente.
Il Ragioniere Generale della Banca d’Italia, nella riunione di lunedì 28 ottobre 2013 ha evidenziato che i lavori dei due gruppi all’uopo costituiti, sono ancora in fase di analisi e che, ad oggi, non hanno formulato alcuna proposta in merito.
Infatti, la determina n. 74746 di settembre scorso che li ha costituiti, prevede che l’attività dei gruppi dovrà concludersi entro il 30 novembre 2013.

I presenti hanno espresso soddisfazione per le assicurazioni ottenute.


domenica 27 ottobre 2013

Goodbye RTS!

Nel silenzio più assoluto, lunedì pomeriggio l'amministrazione ha convocato le organizzazioni sindacali, alla presenza del Ragioniere della Banca d'Italia, sullo "stato dell'arte" del processo di riorganizzazione del nostro Ministero, quale conseguenza del DPCM 27 febbraio 2013, n. 67.
Chi ha capelli bianchi o chi li ha persi del tutto, di destrutturazioni dei servizi e delle funzioni della nostra amministrazione, camuffate per riorganizzazioni, ne ha viste numerose.
L'ultima, sicuramente la più infame, è stata quella di sacrificare, sull'altare del gioco d'azzardo, tutte le strutture periferiche delle Direzioni Territoriali in nome del dio denaro.
E' ormai patrimonio comune l'intreccio di malaffare che inquina le acque delle slot machine e delle licenze delle piattaforme on line, così come del condono riservato nella legge di stabilità alle lobby delle slot in relazione alla famosa sanzione prevista dalla Corte dei Conti.
Insomma, i vertici politici e amministrativi dalle larghe intese, hanno sulla coscienza non solo la responsabilità politica di una scelta così orribile, ma anche quella morale cioè, di aver contribuito all'imbarbarimento civile gettando nella ludodipendenza, fatta di schiavitù, ossessione e ripetitività, migliaia di persone, minori compresi, con la prospettiva di un futuro basato non sul lavoro, ma sull'illusione.
Ritornando, quindi, al DPCM n. 67, per chi fosse interessato e abbia la voglia di continuare a leggere, è bene fare un piccolo riassunto:

1. Il decreto legge 6 luglio 2012, n. 95, convertito con modificazioni dalla legge 7 agosto 2012, n. 135, recante "Disposizioni urgenti per la revisione della spesa pubblica con invarianza dei servizi ai cittadini, nonché misure di rafforzamento patrimoniale delle imprese del settore bancario", all’art. 23 quinquies ha imposto, al comma 1, lettere a) e b) la riduzione della dotazione organica del personale dirigenziale di livello generale e non generale del 20% e del 10% della spesa complessiva relativa al personale non dirigenziale, e fissato al comma 5 i principi relativi alla riorganizzazione del Ministero dell’Economia e delle Finanze.
In particolare, l’art. 2, comma 10 ter, del citato decreto legge 6 luglio 2012, n. 95 ha previsto che i regolamenti di organizzazione dei Ministeri, di cui al comma 10 dello stesso articolo e all'articolo 23 quinquies, a decorrere dalla data di entrata in vigore della legge di conversione e fino al 31 dicembre 2012, fossero adottati con decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri, su proposta del Ministro competente, di concerto con il Ministro per la Pubblica Amministrazione e la Semplificazione e con il Ministro dell'Economia e delle Finanze.
2. La legge 24 dicembre 2012, n. 228, recante "Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato" ha prorogato al 28 febbraio 2013 il termine per procedere alla riorganizzazione del Ministero dell’Economia e delle Finanze mediante Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri.

Quindi, a fronte delle riduzioni delle dotazioni organiche e della necessità di procedere al riordino della struttura organizzativa del Ministero, sulla scorta dei provvedimenti normativi, i vertici politici e amministrativi hanno ritenuto utile emanare un nuovo regolamento di organizzazione del Ministero dell'Economia e delle Finanze.
Infatti, all’individuazione delle dotazioni organiche di prima e seconda fascia si era già proceduto con il D.P.C.M. 25 ottobre 2012 che prevedeva, per la dirigenza generale, una dotazione organica complessiva di 59 unità.
Rispetto, poi, alla precedente dotazione organica di I fascia prevista dal D.P.R. 173/2011, vengono identificati i 5 posti di livello dirigenziale generale da sopprimere in aggiunta agli 8 posti corrispondenti a posizioni fuori ruolo istituzionale del Ministero dell’Economia e delle Finanze che vengono trasformati in posti di livello dirigenziale non generale.
Detto questo, gli estensori del nuovo regolamento di riorganizzazione hanno proceduto a recepire le modifiche alle competenze delle diverse articolazioni del Ministero apportare dalla normativa successiva al D.P.R. 173/2011.
In particolare, viene soppresso il riferimento all’Amministrazione Autonoma dei Monopoli di Stato, a seguito dell’incorporazione nell’Agenzia delle Dogane, nonché la previsione dell’Ufficio Centrale di Ragioneria che in precedenza vi operava.
Nell’ambito del Dipartimento della Ragioneria Generale dello Stato viene fatto esplicito riferimento alle nuove competenze in materia di registro dei revisori e, in generale, a seguito della ridefinizione dei compiti di CONSIP S.p.A. e SOGEI S.p.A., vengono regolamentati le strutture cui sono affidati i rapporti con le predette società.
Nel Dipartimento dell’Amministrazione Generale, del Personale e dei Servizi viene creata la nuova Direzione per la Razionalizzazione degli Immobili, degli Acquisti, della Logistica e gli Affari Generali cui sono state trasferite, tra l’altro, le competenze relative al programma di razionalizzazione degli acquisti di beni e servizi per le Pubbliche Amministrazioni. Ciò per concentrare e rafforzare, in linea con quanto previsto dal D.L. 95/2012, sempre secondo l'amministrazione, i compiti di monitoraggio, controllo e riduzione della spesa per i servizi generali ed i consumi intermedi del Ministero e delle altre Amministrazioni. Al medesimo Dipartimento viene, inoltre, trasferita, in attuazione dell’art. 23 quinquies, comma 6, del D.L. 95/2012 come modificato dalla L. n. 228/2012, la Direzione della Comunicazione Istituzionale con compiti esterni all’intero Ministero.
Nell’ambito del Dipartimento delle Finanze, tenuto conto del nuovo assetto delle Agenzie Fiscali e, in una ottica di "razionalizzazione e di eliminazione delle duplicazioni organizzative", vengono accentrate nel Dipartimento dell’Amministrazione Generale, del Personale e dei Servizi le funzioni relative alla gestione della logistica e del personale amministrativo degli Uffici di Segreteria delle Commissioni Tributarie. Infine, vengono qualificate espressamente gli uffici di segreteria delle Commissioni Tributarie e gli Uffici di supporto al Consiglio di Presidenza della Giustizia Tributaria quali organi periferici del Ministero dell’Economia e delle Finanze, il cui personale amministrativo dipende dal Dipartimento delle Finanze.

Ma, allora, una volta salvaguardati i posti dirigenziali di I e II fascia; pianificato e programmato gli incarichi ai sensi dell'art. 19, comma 6 del D.Lgs 165/01; tagliato drammaticamente le dotazioni organiche del personale non dirigenziale; aumentato a dismisura i carichi di lavoro; implementato l'esternalizzazione dei servizi, qual è l'ultimo tassello che manca per completare questo nuovo puzzle?
Semplice: la ridefinizione dell'assetto delle Ragionerie Territoriali dello Stato su base provinciale o interprovinciale anche in vista del riordino delle province ai sensi di quanto disposto dall’articolo 23 quinquies, comma 5, lettera a), del decreto legge 6 luglio 2012 n. 95 (inferiore ai 300mila abitanti, dipendenti in servizio meno di 30 unità, stabili in locazione passiva).
E allora, quale strumento migliore mette in campo il Ragioniere della Banca d'Italia?
Una determina, la n. 74746 di settembre scorso, con la quale si istituiscono due gruppi di lavoro che, entro il 30 novembre 2013, nei relativi ambiti di riferimento, rispettivamente delle RTS e degli UCB, dovranno svolgere una attività di analisi e di studio finalizzata ad una ridefinizione complessiva dell'assetto organizzativo delle predette articolazioni.
Insomma, le avanguardie del "corpo scelto" della RGS, tanto decantato nella lettera di saluto dell'ex Ragioniere Generale dello Stato, dovranno svolgere il mero compito di tagliatori di teste.

Ci troviamo di fronte, quindi, ad un'altra imminente fase storica di smantellamento della nostro Ministero, intrapresa a partire da chi è passato "a miglior vita", attraversando il tecnico presidente dimissionario di "Sciolta Civica" per giungere all'attuale Ministro.
Il progetto è sempre lo stesso e, cioè, quello che individua, per ripianare i costi della crisi, la destrutturazione dell'intera Pubblica Amministrazione, l'alleggerimento definitivo dello Stato con lo sfoltimento dei suoi servizi fondamentali.
Questa volta, dopo il regalino ai re dell'azzardo, si alleggeriscono i controlli di regolarità amministrativa e contabile, il monitoraggio, il supporto e la vigilanza della gestione finanziaria pubblica.

giovedì 24 ottobre 2013

Senza vergogna.

Non c’è stato nemmeno il tempo di essere felici per la vittoria.
Per quel sì strappato al nostro Ministero; per quei soldi che ancora una volta hanno promesso, dopo un presidio permanente durato due giorni, notte compresa, necessari per aumentare il fondo per la non autosufficienza e per l'assistenza domiciliare ai disabili gravi e gravissimi.
Poche ore dopo l’incontro, la vita di Raffaele, medico malato di Sla, si è spenta.
Il  suo cuore ha ceduto. Troppo stress, troppa fatica.
E’ morto dopo quattro ore dalla conclusione dell’incontro dove era intervenuto esortando gli interlocutori a fare presto, perché i malati terminali non possono attendere.
Da martedì scorso, infatti, i malati Sla, hanno presidiato il nostro Ministero perché, come i precedenti governi, anche questo esecutivo delle larghe intese ha continuato a tagliare sui diritti sociali, sottraendo risorse pubbliche al welfare, ai servizi essenziali territoriali, ai disabili, ai minori, agli anziani non autosufficienti.
Li hanno costretti a fare nove presidi in un anno e mezzo per ottenere l’attenzione delle autorità e Raffaele aveva voluto esserci anche questa volta, davanti al nostro Ministero, dormendo in ambulanza: al chiuso, protetto, ma aveva voluto esserci.
Disposti a tutto, anche allo sciopero della fame e della sete; persino al distacco del respiratore artificiale.
E pensare che dal primo contatto, fuori dal palazzo, tra i rappresentanti dei malati Sla e un responsabile dell’ufficio di Gabinetto, avevano ricevuto, come risposta, quella che il presidio aveva sbagliato indirizzo, perché “il Ministero dell’Economia e delle Finanze non ha competenza sull’assistenza domiciliare”.
E così, l’incontro è stato concesso solo il giorno dopo l’inizio del presidio, costringendo gli ammalati a passare una dura notte in tenda, in ambulanza o nelle macchine, sotto il “palazzo” di Via XX Settembre.
Costringere persone allettate e intubate, con le batterie a durata limitata dei propri respiratori, a scendere in piazza per chiedere il rispetto dei propri diritti è uno scandalo; ma è una vergogna senza precedenti lasciarle in attesa due giorni.
Raffaele ha aspettato troppo, ha messo a repentaglio, insieme ai suoi compagni di lotta, la propria vita per rivendicare che le risorse per il welfare non sono costi improduttivi da tagliare, ma investimenti per ridurre disuguaglianze, includere e creare buona occupazione.
Raffaele ha lottato per ottenere dignità al posto della carità.
Muore, così, un combattente.
Muore dopo aver portato avanti la sua battaglia fino al limite, perché i diritti di tutti i disabili sono più importanti della sua stessa vita.

giovedì 17 ottobre 2013

#19Ottobre

Ogni giorno, migliaia di persone lottano in questo paese.
Lottano per arrivare a fine mese, per difendere il diritto ad un tetto, per affermare la propria dignità, per difendere territori e beni comuni da devastazioni e saccheggi.
Si tratta, il più delle volte, di percorsi separati che non riescono a tradursi in un discorso generale.
Per questo, sabato 19 ottobre sarà un appuntamento collettivo proprio per rovesciare l’isolamento delle singole lotte e della precarietà delle nostre esistenze, per dare vita ad una giornata di mobilitazione che rilanci un autunno di conflitto nel nostro paese, contro l’austerity e la flessibilità impostaci dall’alto da una governance europea e mondiale sempre più asservita agli interessi feroci della finanza, delle banche, dei potenti.
Il 19 ottobre dovrà essere una giornata di lotta aperta, che si generalizzi incrociando i percorsi, mettendo fianco a fianco giovani precari ed esodati, sfrattati, occupanti, senza casa e migranti, studenti e rifugiati, no tav e cassintegrati, dipendenti pubblici e privati, chiunque si batte per affermare i propri diritti e per la difesa dei territori.
Uniti contro le prospettive di impoverimento e sfruttamento imbastite dalla troika e dall’obbedienza di un governo dalle larghe intese che, tra decreti del “Fare”, “Service Tax” e “Trise”, favorisce i ricchi per togliere ancora di più ai poveri.
Si camuffa l’Imu con nuovi tagli alla spesa ed una nuova aggressione al diritto alla casa e all’abitare; favorendo la speculazione edilizia, il consumo di suolo e i processi di valorizzazione utili alla rendita; delegando i servizi e il welfare ad una governance locale che, per far quadrare i conti, aumenta le tasse e produce ancora tagli e privatizzazioni.
Tutto questo mentre il governo vara la legge di "instabilità" triennale di oltre 27 miliardi nella quale equità e redistribuzione del reddito sono pure fantasie; ancora macelleria sociale, ancora sempre "i soliti" a pagare, i dipendenti pubblici per primi: 3 euro in più in busta paga a fronte del blocco dei contratti fino al 2017, dell'inasprimento del turn over, dell'eliminazione dell’indennità di vacanza contrattuale per il 2013 e 2014, del taglio degli straordinari, della rateizzazione della liquidazione.
Contro questo orizzonte di miseria, sabato 19 ottobre sarà una grande manifestazione di massa che porrà con forza la questione del reddito, del lavoro e del diritto all’abitare; per questo è necessario l’immediato blocco degli sfratti, il recupero del patrimonio pubblico, la tutela della ricchezza collettiva e comune, la fine della precarietà e della precarizzazione generale delle condizioni di vita e del lavoro che ci stanno sempre più imponendo.
Vogliamo rovesciare il ricatto della precarietà e dell’austerity in un processo di riappropriazione collettiva perché alla crisi si risponde solo con una radicale redistribuzione della ricchezza socialmente prodotta, contrapponendo la cooperazione alla concorrenza, la costruzione del comune alla proprietà privata, il diritto alla felicità all'etica dello sfruttamento del lavoro e del sacrificio.
Saremo in piazza con le modalità che ci hanno sempre contraddistinto, ovvero in modo pacifico, colorato, inclusivo e partecipato, per rilanciare un movimento che affermi l’unica grande opera che ci interessa: casa, lavoro, reddito e dignità per tutte/i!

giovedì 10 ottobre 2013

Squilla il telefono.

Franco Bernabè, ex Presidente della Telecom Italia, dopo che la spagnola Telefonica ha conquistato il 66% del gruppo Telecom, nell'audizione al Senato dello scorso 25 settembre, ha dichiarato: "Ho appreso di Telefonica solo dai comunicati stampa".
Il 3 ottobre, poi, rassegna le dimissioni dalla carica di presidente esecutivo e il consiglio dell’azienda gli esprime i suoi vivi ringraziamenti “per il grande impegno e l'elevato apporto manageriale profuso in questi anni alla guida della Società”.
Quindi, Bernabè è andato via e, come previsto dalla relazione sulla remunerazione per l'esercizio 2012, riceverà il compenso e i benefit a cui avrebbe avuto diritto fino a fine mandato.
Quanto?
6,6 MILIONI DI EURO

Nel dettaglio, 3,7 milioni di euro rappresentano il trattamento a cui Bernabè avrebbe avuto titolo sino a naturale scadenza del mandato (compenso fisso, variabile, benefit e altri compensi a equilibrio degli oneri fiscali applicabili ai benefit tassati).
Gli altri 2,9 milioni di euro sono il corrispettivo dell'accordo di non concorrenza, di durata pari a 12 mesi, la cui stipula e' stata deliberata dal consiglio di amministrazione in linea con la possibilità prevista dal contratto in essere.
Bernabè si qualificava come consigliere esecutivo non indipendente, ed era presidente del Comitato Esecutivo. E’ possessore di 468mila azioni ordinarie di Telecom Italia (di cui 18mila indirettamente) e 480mila azioni di risparmio (di cui 30mila indirettamente).
Insomma, una bella cifretta per un presidente di società che non sapeva dell’acquisizione spagnola e che ne prende conoscenza grazie alla stampa.
Considerato che la memoria, per noi, è un ingranaggio collettivo, è giusto ricordare che lo scorso 27 marzo 2013 i sindacati filo padronali Cgil, Cisl, Uil e Ugl Telecomunicazioni firmarono un accordo con Telecom Italia che portò a 250 licenziamenti coatti, 250 contratti di mobilità, 32.000 contratti di solidarietà e l’abolizione del premio di risultato.
Raccontarono ai lavoratori che tutto questo era un sacrificio necessario, che sarebbe servito a salvare l’azienda.
I lavoratori, che hanno sempre denunciato quell’inganno, oggi sanno di avere ragione.
Sanno di aver ragione a sostenere che negli ultimi decenni Telecom Italia è stata spolpata, ridotta all’osso e gettata via.
Franco Bernabè, quindi, torna a casa con 6,6 milioni euro in tasca.
Del sacrificio fatto dai lavoratori quel 27 marzo 2013 non rimane neanche il ricordo, se non sulla loro pelle e su quella dei loro familiari.
Insomma, come al solito si privatizzano gli utili e si socializzano le perdite.

Allora, un piccolo “problemino” di ingiustizia e disuguaglianza sociale, di redistribuzione della ricchezza, di odiosa lotta di classe al contrario, in questo paese di poeti, navigatori e santi, esiste o no?

mercoledì 9 ottobre 2013

Lampedusa.....

Quanta ipocrisia.
Il governo italiano concede la nazionalità alle vittime del naufragio di Lampedusa mentre i superstiti sono denunciati per immigrazione clandestina e rischiano 5mila euro di multa e l’espulsione.
Insomma, ci commuoviamo quando arrivano da morti e ci incazziamo quando arrivano da vivi. 
Per questo noi non proviamo nessuna umana commozione; noi proviamo, invece, disprezzo, un profondo disprezzo per chi ha progettato e gestito le politiche migratorie in Europa e in Italia.
Per chi si "prese la responsabilità" di offrire a questo paese una legge sull'immigrazione, la Napolitano/Turco, importatori del modello di detenzione amministrativa del CPT, autori del Testo Unico e diffusori della categoria di clandestino che, proprio da quel

 periodo, cominciò a circolare come frame interpretativo delle migrazioni in Italia.
Quella legge fece da battistrada all'attuale Bossi/Fini, che rende un calvario la vita di chi si muove nella direzione sbagliata; ma entrano nella graduatoria anche gli ultimi ministri competenti in materia, fino ad arrivare all'attuale ministra per l'integrazione.
Con una storia come la sua, noi riteniamo che se non è in grado di imporre una sterzata alle politiche migratorie, se non è in grado di proporre una prospettiva diversa al sangue e alla galera per i suoi fratelli meno fortunati, se non ha la possibilità di farlo perché il suo governo è impegnato a lisciare il pelo ai potenti di turno, abbia almeno uno scatto d'orgoglio e si dimetta.
Invece, ancora una volta dobbiamo parlare di una barca di clandestini e di una strage prevedibile, di uomini affogati, altri bruciati, donne e bambini straziati, di bare caricate sui camion frigo che trasportano il pesce pescato; alla miseria tocca anche una morte infame, dopo una vita ad arrancare solo per mangiare e sfamare la propria famiglia.
Nessuno si può tirar fuori da questa strage; perché questo succede in quanto una parte degli uomini brucia più dei suoi stessi bisogni esistenziali, a discapito di intere popolazioni affamate.
Questa è la strage di chi accumula ricchezze, non è una strage dovuta a causa di eventi atmosferici o dall'imprevedibilità.
Questa è la strage del capitalismo, che annovera solo morti, facendo emergere l'egoismo malinconico di chi crede che la vita non sia un diritto di tutti gli esseri umani.
Allo sfoggio della ricchezza, in questo mondo ignobile, si contrappone la miseria dei non eletti e chi crede di vivere in una società avanzata, deve sapere che questo è il colore più amaro della propria ignoranza.
Ma l’ennesima strage ci spinge a ricordare non solo le vittime, ma tutti quei migranti che quotidianamente lottano e da anni si organizzano contro le leggi che governano i confini dello sfruttamento.
Perché sulla pelle dei migranti si gioca molto di più di quanto è reso visibile dalle stragi del mare e dalla sistematica e speculare vittimizzazione e criminalizzazione politica e mediatica.
Si gioca il tentativo di regolare e governare, su scala transnazionale, una nuova geopolitica e i movimenti della forza lavoro.
Si gioca uno scontro politico globale e di classe.
Dare un nome ed un cognome ai colpevoli è doveroso, quindi, perché altrimenti mai come su questo tema, si rischia di cadere nella trappola della lotta tra poveri, dello spostamento orizzontale del conflitto, dalla lotta di classe al fumo negli occhi della lotta tra lavoratori ed migrati.
Dando nomi e cognomi ai responsabili ci rendiamo immediatamente conto che ogni idea di regolamentazione dei flussi migratori, di respingimento, di soluzione di stampo legalitario non ha alcun risultato perché la ragione è un'altra; il sistema che genera la condizione drammatica che costringe milioni di persone a lasciare la propria terra è l'interesse del grande capitale.
Il capitale, che provoca l’immigrazione, trova giovamento proprio dall’ingresso di nuove masse sfruttabili, che costituiscono un moderno "esercito industriale di riserva" da mettere in competizione con i lavoratori, in una spirale che mira all’abbassamento dei salari e alla diminuzione dei diritti dei lavoratori.
Una parte della terra consuma più di quel che dovrebbe; si emigra dalla propria terra perché ridotta ad un cumulo di macerie dall’imperialismo, che opprime i popoli vietando la libertà ed il diritto ad una piena autodeterminazione, al controllo delle proprie risorse, imponendo lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo.

Il Mediterraneo inghiotte uomini, donne e bambini in fuga dall'orrore di guerre e persecuzioni. Il mare è il sicario. I mandanti sono i nostri governanti e le loro politiche di "accoglienza", fatte di accordi segreti con dittatori, respingimenti, centri di identificazione ed espulsione e sacchi di plastica.
E' solo per questo motivo che esistono clandestini e miseria.
In questo tempo vigliacco non c'è bisogno di guardare la luna, non c'è bisogno di pregare.
Niente di più, niente di meno.

martedì 8 ottobre 2013

Gli esodati del sangue.

E’ proprio vero, la solidarietà si paga.
L’ultimo regalo della riforma Fornero, quella della lacrimuccia per intenderci, è indirizzato proprio ai donatori di sangue; ad un anno dall’applicazione dell’ennesima riforma delle pensioni, si scopre che i giorni di assenza dal lavoro per donare il sangue o il midollo osseo, vanno recuperati per raggiungere il tetto di giornate lavorative necessarie al pensionamento. 
Infatti, chiedendo i conteggi per andare a riposo, alcuni lavoratori/donatori si sono sentiti rispondere che i giorni di permesso, retribuito al 100% per donare il sangue, non sono validi per maturare il diritto pensionistico.
Il regalino della professoressa dalla lacrima facile, varrà per tutti coloro che andranno in pensione entro il 2017 senza aver raggiunto i 62 anni di età.
I giorni in questione saranno recuperati in sede di conteggio oppure il pensionato subirà una penalizzazione del 2% sull’assegno vitalizio; quindi, chi, per aiutare il prossimo, ha donato il sangue 100 volte nell’arco della sua carriera lavorativa, dovrà recuperare questi 100 giorni che, sommati alle festività e alle domeniche, rischiano di diventare complessivamente anche 4-6 mesi.
Ma, attenzione, perché le sorprese non potrebbero finire qui.
Se, ai fini del conteggio previdenziale, varranno dopo il 2017 soltanto le giornate effettivamente lavorate (e non i periodi di accredito figurativo dei contributi), potrebbero incappare nella penalizzazione anche tutte le altre fattispecie di assenze retribuite ad oggi esistenti.
Senza le migliaia di volontari che ogni giorno offrono gratuitamente la loro disponibilità donando a chi ne ha bisogno un bene così prezioso quale il sangue, tante prestazioni chirurgiche non potrebbero essere garantite, tante vite non potrebbero essere salvate e tante emergenze finirebbero in inevitabili tragedie.
E allora cosa fa la casta politica?
Invece di stimolare e incentivare le donazioni, penalizza i donatori.
E’ chiaro che penalizzando i donatori dal punto di vista pensionistico, non si riconosce più il valore morale e solidale della donazione di sangue, scoraggiando per l’immediato futuro la chiamata dei donatori.
Soprattutto, lo riteniamo eticamente riprovevole verso chi dona e contemporaneamente molto disincentivante per chi vuole continuare oppure iniziare a farlo.
E pensare che qualche “testolina” della nostra amministrazione aveva, ben prima dell’esistenza della ministra "una lacrima sul viso", anticipato questa nefandezza eliminando dal conteggio delle giornate valide per la remunerazione del FUA ai lavoratori, queste tipologie di assenze.

Ma, forse tutto questo è troppo choosy!

giovedì 26 settembre 2013

Le "manni" nel "Sacco".

I privilegi di Saccomanni: come tassare se stesso tra case, pensioni, stipendi.

La dichiarazione dei redditi del ministro dell'Economia può fare da esempio perfetto di ingiustizia fiscale.
A parte le case a Roma, tra Parioli e comprensorio di D'Alema, su cui non pagherà l'Imu, il tecnico percepisce 50 mila euro netti al mese. Reddito, questo, prodotto dal cumulo tra pensione pubblica d'oro, indennità da ministro e reddito da lavoro dipendente.
Dopo avere avviato l’operazione verità sui conti italiani, il ministro Saccomanni potrebbe estenderla anche ai suoi conti personali.
Non tanto perché abbia qualcosa da nascondere, quanto perché la sua dichiarazione dei redditi è un perfetto esempio di ingiustizia fiscale e contributiva da correggere.
I giornali hanno messo in croce Saccomanni perché non pubblicava la sua dichiarazione dei redditi.
Quando il ministro ha fatto il suo dovere, però sul suo 730 è calato il silenzio.
Ed è un peccato perché il modello 730 sontuoso pubblicato sul sito del Ministero dell’Economia rivela tante piccole ingiustizie che meriterebbero di essere corrette, a partire dalla tassazione immobiliare.
Il ministro e la moglie, come tutti gli italiani, non pagheranno l’Imu sulla loro prima casa, risparmiando i 2 mila e 16 euro versati lo scorso anno.
Come Renato Brunetta sulla sua villa sull’Ardeatina, anche Saccomanni non tirerà fuori un euro per il suo mega attico ai Parioli.
L’ingiustizia di questa scelta del governo Letta si acuisce se si guarda l’intero quadro fabbricati del ministro: Saccomanni e consorte sono proprietari di altre due belle case a Roma, una delle quali è situata nel comprensorio dove abita Massimo D’Alema, vicino a viale Mazzini.
Le due case rendono alla famiglia 135 mila euro in affitti, quasi 100 mila euro netti all’anno, grazie alla tassazione cedolare al 19 per cento.
Nel 2011 Saccomanni e i due fratelli avevano ereditato anche altre due case che poi hanno venduto. Quella più lussuosa, sempre vicino al comprensorio di D’Alema, è finita pochi mesi fa (dopo un passaggio nel 2011 al figlio Giovanni) a Fabiano Fabiani, ex presidente di Finmeccanica.
Sul fronte redditi va ancora meglio.
Saccomanni è entrato in Banca d’Italia nel 1967 e dopo una parentesi alla Banca Europea di Sviluppo, la Bers, dal 2003 al 2006, è stato direttore generale di via Nazionale, con contratto a tempo determinato, fino alla nomina a ministro nell’aprile 2013.
Nel 2012, probabilmente in virtù dell’uscita precedente del 2006, Saccomanni percepiva una pensione da 135 mila euro lordi annui – probabilmente dall’Inps – che si cumulavano al sontuoso trattamento retributivo di 530 mila euro come direttore generale. E che ora si cumuleranno con il nuovo trattamento pensionistico pagato dalla banca all’ex direttore generale (dall’aprile scorso).
Scorrendo il rigo C del modello 730 di Saccomanni si scopre, dopo il reddito da lavoro dipendente di Bankitalia di 530 mila e dopo la pensione Inps da 135 mila, un terzo misterioso reddito da lavoro dipendente a tempo determinato da 86 mila euro all’anno che però proviene da un datore di lavoro diverso da Bankitalia.
Chi sarà?
Nonostante le richieste del Fatto al suo portavoce, Saccomanni non l’ha voluto svelare. Potrebbe essere la retribuzione per gli incarichi (dal 2006 fino ad aprile 2013) di consigliere della Banca dei regolamenti Internazionali e di supplente del consiglio della Banca centrale europea.
Ora il ministro non potrà più lavorare per Basilea e Francoforte.
In compenso potrà usufruire di un cumulo vantaggioso: quello tra le sue pensioni Bankitalia e Inps con l’indennità da ministro, 135 mila euro all’anno.
Il governo Letta ha escluso infatti il cumulo dello stipendio da ministro con quello da dirigente pubblico ma non con quello da pensione.
Come il Fatto ha già raccontato, a Saccomanni spetterebbe anche la diaria da 3.500 euro al mese ma il portavoce del ministero sostiene che non la percepisce.
Comunque tra cumuli, cedolari e esenzioni, Saccomanni dispone di un reddito disponibile che sfiora i 50 mila euro netti al mese.
Se il ministro volesse trovare i soldi per risanare il bilancio senza aumentare l’Iva, e rispettando il principio di equità, dovrebbe guardare meglio la sua dichiarazione dei redditi.
Per il 2012 ha dichiarato 748.270 euro.
In lieve diminuzione rispetto ai 752.829 euro del 2011.

Saccomanni, invece di dimettersi, dovrebbe sfidare la strana maggioranza che lo sostiene proponendo nell’ordine:
1) una soglia per reddito e valore degli immobili che stemperi l’ingiustizia dell’esenzione Imu sulla prima casa;
2) il divieto di cumulo della pensione pubblica, specie se d’oro come la sua, con il reddito da lavoro dipendente;
3) il divieto di cumulo tra la pensione e il reddito da ministro o parlamentare.

Le norme che favoriscono il Saccomanni contribuente sono disapprovate dal Saccomanni tecnico, ma non saranno abolite dal Saccomanni politico per paura che un Brunetta qualsiasi abbatta il governo Letta.
Se un ministro è tanto impotente da non riuscire nemmeno a eliminare i suoi privilegi ingiusti, forse tanto vale davvero dimettersi.