Ministero dell'Economia e delle Finanze

Ministero dell'Economia e delle Finanze

martedì 29 ottobre 2013

La sintesi.

Siamo stati ripresi perché il nostro precedente comunicato sulla soppressione delle RTS e degli UCB è stato prolisso.
Questa volta, cercheremo di esprimere il nostro pensiero sulla riunione di ieri pomeriggio in modo chiaro e conciso, affinché sia letto e compreso immediatamente.
Il Ragioniere Generale della Banca d’Italia, nella riunione di lunedì 28 ottobre 2013 ha evidenziato che i lavori dei due gruppi all’uopo costituiti, sono ancora in fase di analisi e che, ad oggi, non hanno formulato alcuna proposta in merito.
Infatti, la determina n. 74746 di settembre scorso che li ha costituiti, prevede che l’attività dei gruppi dovrà concludersi entro il 30 novembre 2013.

I presenti hanno espresso soddisfazione per le assicurazioni ottenute.


domenica 27 ottobre 2013

Goodbye RTS!

Nel silenzio più assoluto, lunedì pomeriggio l'amministrazione ha convocato le organizzazioni sindacali, alla presenza del Ragioniere della Banca d'Italia, sullo "stato dell'arte" del processo di riorganizzazione del nostro Ministero, quale conseguenza del DPCM 27 febbraio 2013, n. 67.
Chi ha capelli bianchi o chi li ha persi del tutto, di destrutturazioni dei servizi e delle funzioni della nostra amministrazione, camuffate per riorganizzazioni, ne ha viste numerose.
L'ultima, sicuramente la più infame, è stata quella di sacrificare, sull'altare del gioco d'azzardo, tutte le strutture periferiche delle Direzioni Territoriali in nome del dio denaro.
E' ormai patrimonio comune l'intreccio di malaffare che inquina le acque delle slot machine e delle licenze delle piattaforme on line, così come del condono riservato nella legge di stabilità alle lobby delle slot in relazione alla famosa sanzione prevista dalla Corte dei Conti.
Insomma, i vertici politici e amministrativi dalle larghe intese, hanno sulla coscienza non solo la responsabilità politica di una scelta così orribile, ma anche quella morale cioè, di aver contribuito all'imbarbarimento civile gettando nella ludodipendenza, fatta di schiavitù, ossessione e ripetitività, migliaia di persone, minori compresi, con la prospettiva di un futuro basato non sul lavoro, ma sull'illusione.
Ritornando, quindi, al DPCM n. 67, per chi fosse interessato e abbia la voglia di continuare a leggere, è bene fare un piccolo riassunto:

1. Il decreto legge 6 luglio 2012, n. 95, convertito con modificazioni dalla legge 7 agosto 2012, n. 135, recante "Disposizioni urgenti per la revisione della spesa pubblica con invarianza dei servizi ai cittadini, nonché misure di rafforzamento patrimoniale delle imprese del settore bancario", all’art. 23 quinquies ha imposto, al comma 1, lettere a) e b) la riduzione della dotazione organica del personale dirigenziale di livello generale e non generale del 20% e del 10% della spesa complessiva relativa al personale non dirigenziale, e fissato al comma 5 i principi relativi alla riorganizzazione del Ministero dell’Economia e delle Finanze.
In particolare, l’art. 2, comma 10 ter, del citato decreto legge 6 luglio 2012, n. 95 ha previsto che i regolamenti di organizzazione dei Ministeri, di cui al comma 10 dello stesso articolo e all'articolo 23 quinquies, a decorrere dalla data di entrata in vigore della legge di conversione e fino al 31 dicembre 2012, fossero adottati con decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri, su proposta del Ministro competente, di concerto con il Ministro per la Pubblica Amministrazione e la Semplificazione e con il Ministro dell'Economia e delle Finanze.
2. La legge 24 dicembre 2012, n. 228, recante "Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato" ha prorogato al 28 febbraio 2013 il termine per procedere alla riorganizzazione del Ministero dell’Economia e delle Finanze mediante Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri.

Quindi, a fronte delle riduzioni delle dotazioni organiche e della necessità di procedere al riordino della struttura organizzativa del Ministero, sulla scorta dei provvedimenti normativi, i vertici politici e amministrativi hanno ritenuto utile emanare un nuovo regolamento di organizzazione del Ministero dell'Economia e delle Finanze.
Infatti, all’individuazione delle dotazioni organiche di prima e seconda fascia si era già proceduto con il D.P.C.M. 25 ottobre 2012 che prevedeva, per la dirigenza generale, una dotazione organica complessiva di 59 unità.
Rispetto, poi, alla precedente dotazione organica di I fascia prevista dal D.P.R. 173/2011, vengono identificati i 5 posti di livello dirigenziale generale da sopprimere in aggiunta agli 8 posti corrispondenti a posizioni fuori ruolo istituzionale del Ministero dell’Economia e delle Finanze che vengono trasformati in posti di livello dirigenziale non generale.
Detto questo, gli estensori del nuovo regolamento di riorganizzazione hanno proceduto a recepire le modifiche alle competenze delle diverse articolazioni del Ministero apportare dalla normativa successiva al D.P.R. 173/2011.
In particolare, viene soppresso il riferimento all’Amministrazione Autonoma dei Monopoli di Stato, a seguito dell’incorporazione nell’Agenzia delle Dogane, nonché la previsione dell’Ufficio Centrale di Ragioneria che in precedenza vi operava.
Nell’ambito del Dipartimento della Ragioneria Generale dello Stato viene fatto esplicito riferimento alle nuove competenze in materia di registro dei revisori e, in generale, a seguito della ridefinizione dei compiti di CONSIP S.p.A. e SOGEI S.p.A., vengono regolamentati le strutture cui sono affidati i rapporti con le predette società.
Nel Dipartimento dell’Amministrazione Generale, del Personale e dei Servizi viene creata la nuova Direzione per la Razionalizzazione degli Immobili, degli Acquisti, della Logistica e gli Affari Generali cui sono state trasferite, tra l’altro, le competenze relative al programma di razionalizzazione degli acquisti di beni e servizi per le Pubbliche Amministrazioni. Ciò per concentrare e rafforzare, in linea con quanto previsto dal D.L. 95/2012, sempre secondo l'amministrazione, i compiti di monitoraggio, controllo e riduzione della spesa per i servizi generali ed i consumi intermedi del Ministero e delle altre Amministrazioni. Al medesimo Dipartimento viene, inoltre, trasferita, in attuazione dell’art. 23 quinquies, comma 6, del D.L. 95/2012 come modificato dalla L. n. 228/2012, la Direzione della Comunicazione Istituzionale con compiti esterni all’intero Ministero.
Nell’ambito del Dipartimento delle Finanze, tenuto conto del nuovo assetto delle Agenzie Fiscali e, in una ottica di "razionalizzazione e di eliminazione delle duplicazioni organizzative", vengono accentrate nel Dipartimento dell’Amministrazione Generale, del Personale e dei Servizi le funzioni relative alla gestione della logistica e del personale amministrativo degli Uffici di Segreteria delle Commissioni Tributarie. Infine, vengono qualificate espressamente gli uffici di segreteria delle Commissioni Tributarie e gli Uffici di supporto al Consiglio di Presidenza della Giustizia Tributaria quali organi periferici del Ministero dell’Economia e delle Finanze, il cui personale amministrativo dipende dal Dipartimento delle Finanze.

Ma, allora, una volta salvaguardati i posti dirigenziali di I e II fascia; pianificato e programmato gli incarichi ai sensi dell'art. 19, comma 6 del D.Lgs 165/01; tagliato drammaticamente le dotazioni organiche del personale non dirigenziale; aumentato a dismisura i carichi di lavoro; implementato l'esternalizzazione dei servizi, qual è l'ultimo tassello che manca per completare questo nuovo puzzle?
Semplice: la ridefinizione dell'assetto delle Ragionerie Territoriali dello Stato su base provinciale o interprovinciale anche in vista del riordino delle province ai sensi di quanto disposto dall’articolo 23 quinquies, comma 5, lettera a), del decreto legge 6 luglio 2012 n. 95 (inferiore ai 300mila abitanti, dipendenti in servizio meno di 30 unità, stabili in locazione passiva).
E allora, quale strumento migliore mette in campo il Ragioniere della Banca d'Italia?
Una determina, la n. 74746 di settembre scorso, con la quale si istituiscono due gruppi di lavoro che, entro il 30 novembre 2013, nei relativi ambiti di riferimento, rispettivamente delle RTS e degli UCB, dovranno svolgere una attività di analisi e di studio finalizzata ad una ridefinizione complessiva dell'assetto organizzativo delle predette articolazioni.
Insomma, le avanguardie del "corpo scelto" della RGS, tanto decantato nella lettera di saluto dell'ex Ragioniere Generale dello Stato, dovranno svolgere il mero compito di tagliatori di teste.

Ci troviamo di fronte, quindi, ad un'altra imminente fase storica di smantellamento della nostro Ministero, intrapresa a partire da chi è passato "a miglior vita", attraversando il tecnico presidente dimissionario di "Sciolta Civica" per giungere all'attuale Ministro.
Il progetto è sempre lo stesso e, cioè, quello che individua, per ripianare i costi della crisi, la destrutturazione dell'intera Pubblica Amministrazione, l'alleggerimento definitivo dello Stato con lo sfoltimento dei suoi servizi fondamentali.
Questa volta, dopo il regalino ai re dell'azzardo, si alleggeriscono i controlli di regolarità amministrativa e contabile, il monitoraggio, il supporto e la vigilanza della gestione finanziaria pubblica.

giovedì 24 ottobre 2013

Senza vergogna.

Non c’è stato nemmeno il tempo di essere felici per la vittoria.
Per quel sì strappato al nostro Ministero; per quei soldi che ancora una volta hanno promesso, dopo un presidio permanente durato due giorni, notte compresa, necessari per aumentare il fondo per la non autosufficienza e per l'assistenza domiciliare ai disabili gravi e gravissimi.
Poche ore dopo l’incontro, la vita di Raffaele, medico malato di Sla, si è spenta.
Il  suo cuore ha ceduto. Troppo stress, troppa fatica.
E’ morto dopo quattro ore dalla conclusione dell’incontro dove era intervenuto esortando gli interlocutori a fare presto, perché i malati terminali non possono attendere.
Da martedì scorso, infatti, i malati Sla, hanno presidiato il nostro Ministero perché, come i precedenti governi, anche questo esecutivo delle larghe intese ha continuato a tagliare sui diritti sociali, sottraendo risorse pubbliche al welfare, ai servizi essenziali territoriali, ai disabili, ai minori, agli anziani non autosufficienti.
Li hanno costretti a fare nove presidi in un anno e mezzo per ottenere l’attenzione delle autorità e Raffaele aveva voluto esserci anche questa volta, davanti al nostro Ministero, dormendo in ambulanza: al chiuso, protetto, ma aveva voluto esserci.
Disposti a tutto, anche allo sciopero della fame e della sete; persino al distacco del respiratore artificiale.
E pensare che dal primo contatto, fuori dal palazzo, tra i rappresentanti dei malati Sla e un responsabile dell’ufficio di Gabinetto, avevano ricevuto, come risposta, quella che il presidio aveva sbagliato indirizzo, perché “il Ministero dell’Economia e delle Finanze non ha competenza sull’assistenza domiciliare”.
E così, l’incontro è stato concesso solo il giorno dopo l’inizio del presidio, costringendo gli ammalati a passare una dura notte in tenda, in ambulanza o nelle macchine, sotto il “palazzo” di Via XX Settembre.
Costringere persone allettate e intubate, con le batterie a durata limitata dei propri respiratori, a scendere in piazza per chiedere il rispetto dei propri diritti è uno scandalo; ma è una vergogna senza precedenti lasciarle in attesa due giorni.
Raffaele ha aspettato troppo, ha messo a repentaglio, insieme ai suoi compagni di lotta, la propria vita per rivendicare che le risorse per il welfare non sono costi improduttivi da tagliare, ma investimenti per ridurre disuguaglianze, includere e creare buona occupazione.
Raffaele ha lottato per ottenere dignità al posto della carità.
Muore, così, un combattente.
Muore dopo aver portato avanti la sua battaglia fino al limite, perché i diritti di tutti i disabili sono più importanti della sua stessa vita.

giovedì 17 ottobre 2013

#19Ottobre

Ogni giorno, migliaia di persone lottano in questo paese.
Lottano per arrivare a fine mese, per difendere il diritto ad un tetto, per affermare la propria dignità, per difendere territori e beni comuni da devastazioni e saccheggi.
Si tratta, il più delle volte, di percorsi separati che non riescono a tradursi in un discorso generale.
Per questo, sabato 19 ottobre sarà un appuntamento collettivo proprio per rovesciare l’isolamento delle singole lotte e della precarietà delle nostre esistenze, per dare vita ad una giornata di mobilitazione che rilanci un autunno di conflitto nel nostro paese, contro l’austerity e la flessibilità impostaci dall’alto da una governance europea e mondiale sempre più asservita agli interessi feroci della finanza, delle banche, dei potenti.
Il 19 ottobre dovrà essere una giornata di lotta aperta, che si generalizzi incrociando i percorsi, mettendo fianco a fianco giovani precari ed esodati, sfrattati, occupanti, senza casa e migranti, studenti e rifugiati, no tav e cassintegrati, dipendenti pubblici e privati, chiunque si batte per affermare i propri diritti e per la difesa dei territori.
Uniti contro le prospettive di impoverimento e sfruttamento imbastite dalla troika e dall’obbedienza di un governo dalle larghe intese che, tra decreti del “Fare”, “Service Tax” e “Trise”, favorisce i ricchi per togliere ancora di più ai poveri.
Si camuffa l’Imu con nuovi tagli alla spesa ed una nuova aggressione al diritto alla casa e all’abitare; favorendo la speculazione edilizia, il consumo di suolo e i processi di valorizzazione utili alla rendita; delegando i servizi e il welfare ad una governance locale che, per far quadrare i conti, aumenta le tasse e produce ancora tagli e privatizzazioni.
Tutto questo mentre il governo vara la legge di "instabilità" triennale di oltre 27 miliardi nella quale equità e redistribuzione del reddito sono pure fantasie; ancora macelleria sociale, ancora sempre "i soliti" a pagare, i dipendenti pubblici per primi: 3 euro in più in busta paga a fronte del blocco dei contratti fino al 2017, dell'inasprimento del turn over, dell'eliminazione dell’indennità di vacanza contrattuale per il 2013 e 2014, del taglio degli straordinari, della rateizzazione della liquidazione.
Contro questo orizzonte di miseria, sabato 19 ottobre sarà una grande manifestazione di massa che porrà con forza la questione del reddito, del lavoro e del diritto all’abitare; per questo è necessario l’immediato blocco degli sfratti, il recupero del patrimonio pubblico, la tutela della ricchezza collettiva e comune, la fine della precarietà e della precarizzazione generale delle condizioni di vita e del lavoro che ci stanno sempre più imponendo.
Vogliamo rovesciare il ricatto della precarietà e dell’austerity in un processo di riappropriazione collettiva perché alla crisi si risponde solo con una radicale redistribuzione della ricchezza socialmente prodotta, contrapponendo la cooperazione alla concorrenza, la costruzione del comune alla proprietà privata, il diritto alla felicità all'etica dello sfruttamento del lavoro e del sacrificio.
Saremo in piazza con le modalità che ci hanno sempre contraddistinto, ovvero in modo pacifico, colorato, inclusivo e partecipato, per rilanciare un movimento che affermi l’unica grande opera che ci interessa: casa, lavoro, reddito e dignità per tutte/i!

giovedì 10 ottobre 2013

Squilla il telefono.

Franco Bernabè, ex Presidente della Telecom Italia, dopo che la spagnola Telefonica ha conquistato il 66% del gruppo Telecom, nell'audizione al Senato dello scorso 25 settembre, ha dichiarato: "Ho appreso di Telefonica solo dai comunicati stampa".
Il 3 ottobre, poi, rassegna le dimissioni dalla carica di presidente esecutivo e il consiglio dell’azienda gli esprime i suoi vivi ringraziamenti “per il grande impegno e l'elevato apporto manageriale profuso in questi anni alla guida della Società”.
Quindi, Bernabè è andato via e, come previsto dalla relazione sulla remunerazione per l'esercizio 2012, riceverà il compenso e i benefit a cui avrebbe avuto diritto fino a fine mandato.
Quanto?
6,6 MILIONI DI EURO

Nel dettaglio, 3,7 milioni di euro rappresentano il trattamento a cui Bernabè avrebbe avuto titolo sino a naturale scadenza del mandato (compenso fisso, variabile, benefit e altri compensi a equilibrio degli oneri fiscali applicabili ai benefit tassati).
Gli altri 2,9 milioni di euro sono il corrispettivo dell'accordo di non concorrenza, di durata pari a 12 mesi, la cui stipula e' stata deliberata dal consiglio di amministrazione in linea con la possibilità prevista dal contratto in essere.
Bernabè si qualificava come consigliere esecutivo non indipendente, ed era presidente del Comitato Esecutivo. E’ possessore di 468mila azioni ordinarie di Telecom Italia (di cui 18mila indirettamente) e 480mila azioni di risparmio (di cui 30mila indirettamente).
Insomma, una bella cifretta per un presidente di società che non sapeva dell’acquisizione spagnola e che ne prende conoscenza grazie alla stampa.
Considerato che la memoria, per noi, è un ingranaggio collettivo, è giusto ricordare che lo scorso 27 marzo 2013 i sindacati filo padronali Cgil, Cisl, Uil e Ugl Telecomunicazioni firmarono un accordo con Telecom Italia che portò a 250 licenziamenti coatti, 250 contratti di mobilità, 32.000 contratti di solidarietà e l’abolizione del premio di risultato.
Raccontarono ai lavoratori che tutto questo era un sacrificio necessario, che sarebbe servito a salvare l’azienda.
I lavoratori, che hanno sempre denunciato quell’inganno, oggi sanno di avere ragione.
Sanno di aver ragione a sostenere che negli ultimi decenni Telecom Italia è stata spolpata, ridotta all’osso e gettata via.
Franco Bernabè, quindi, torna a casa con 6,6 milioni euro in tasca.
Del sacrificio fatto dai lavoratori quel 27 marzo 2013 non rimane neanche il ricordo, se non sulla loro pelle e su quella dei loro familiari.
Insomma, come al solito si privatizzano gli utili e si socializzano le perdite.

Allora, un piccolo “problemino” di ingiustizia e disuguaglianza sociale, di redistribuzione della ricchezza, di odiosa lotta di classe al contrario, in questo paese di poeti, navigatori e santi, esiste o no?

mercoledì 9 ottobre 2013

Lampedusa.....

Quanta ipocrisia.
Il governo italiano concede la nazionalità alle vittime del naufragio di Lampedusa mentre i superstiti sono denunciati per immigrazione clandestina e rischiano 5mila euro di multa e l’espulsione.
Insomma, ci commuoviamo quando arrivano da morti e ci incazziamo quando arrivano da vivi. 
Per questo noi non proviamo nessuna umana commozione; noi proviamo, invece, disprezzo, un profondo disprezzo per chi ha progettato e gestito le politiche migratorie in Europa e in Italia.
Per chi si "prese la responsabilità" di offrire a questo paese una legge sull'immigrazione, la Napolitano/Turco, importatori del modello di detenzione amministrativa del CPT, autori del Testo Unico e diffusori della categoria di clandestino che, proprio da quel

 periodo, cominciò a circolare come frame interpretativo delle migrazioni in Italia.
Quella legge fece da battistrada all'attuale Bossi/Fini, che rende un calvario la vita di chi si muove nella direzione sbagliata; ma entrano nella graduatoria anche gli ultimi ministri competenti in materia, fino ad arrivare all'attuale ministra per l'integrazione.
Con una storia come la sua, noi riteniamo che se non è in grado di imporre una sterzata alle politiche migratorie, se non è in grado di proporre una prospettiva diversa al sangue e alla galera per i suoi fratelli meno fortunati, se non ha la possibilità di farlo perché il suo governo è impegnato a lisciare il pelo ai potenti di turno, abbia almeno uno scatto d'orgoglio e si dimetta.
Invece, ancora una volta dobbiamo parlare di una barca di clandestini e di una strage prevedibile, di uomini affogati, altri bruciati, donne e bambini straziati, di bare caricate sui camion frigo che trasportano il pesce pescato; alla miseria tocca anche una morte infame, dopo una vita ad arrancare solo per mangiare e sfamare la propria famiglia.
Nessuno si può tirar fuori da questa strage; perché questo succede in quanto una parte degli uomini brucia più dei suoi stessi bisogni esistenziali, a discapito di intere popolazioni affamate.
Questa è la strage di chi accumula ricchezze, non è una strage dovuta a causa di eventi atmosferici o dall'imprevedibilità.
Questa è la strage del capitalismo, che annovera solo morti, facendo emergere l'egoismo malinconico di chi crede che la vita non sia un diritto di tutti gli esseri umani.
Allo sfoggio della ricchezza, in questo mondo ignobile, si contrappone la miseria dei non eletti e chi crede di vivere in una società avanzata, deve sapere che questo è il colore più amaro della propria ignoranza.
Ma l’ennesima strage ci spinge a ricordare non solo le vittime, ma tutti quei migranti che quotidianamente lottano e da anni si organizzano contro le leggi che governano i confini dello sfruttamento.
Perché sulla pelle dei migranti si gioca molto di più di quanto è reso visibile dalle stragi del mare e dalla sistematica e speculare vittimizzazione e criminalizzazione politica e mediatica.
Si gioca il tentativo di regolare e governare, su scala transnazionale, una nuova geopolitica e i movimenti della forza lavoro.
Si gioca uno scontro politico globale e di classe.
Dare un nome ed un cognome ai colpevoli è doveroso, quindi, perché altrimenti mai come su questo tema, si rischia di cadere nella trappola della lotta tra poveri, dello spostamento orizzontale del conflitto, dalla lotta di classe al fumo negli occhi della lotta tra lavoratori ed migrati.
Dando nomi e cognomi ai responsabili ci rendiamo immediatamente conto che ogni idea di regolamentazione dei flussi migratori, di respingimento, di soluzione di stampo legalitario non ha alcun risultato perché la ragione è un'altra; il sistema che genera la condizione drammatica che costringe milioni di persone a lasciare la propria terra è l'interesse del grande capitale.
Il capitale, che provoca l’immigrazione, trova giovamento proprio dall’ingresso di nuove masse sfruttabili, che costituiscono un moderno "esercito industriale di riserva" da mettere in competizione con i lavoratori, in una spirale che mira all’abbassamento dei salari e alla diminuzione dei diritti dei lavoratori.
Una parte della terra consuma più di quel che dovrebbe; si emigra dalla propria terra perché ridotta ad un cumulo di macerie dall’imperialismo, che opprime i popoli vietando la libertà ed il diritto ad una piena autodeterminazione, al controllo delle proprie risorse, imponendo lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo.

Il Mediterraneo inghiotte uomini, donne e bambini in fuga dall'orrore di guerre e persecuzioni. Il mare è il sicario. I mandanti sono i nostri governanti e le loro politiche di "accoglienza", fatte di accordi segreti con dittatori, respingimenti, centri di identificazione ed espulsione e sacchi di plastica.
E' solo per questo motivo che esistono clandestini e miseria.
In questo tempo vigliacco non c'è bisogno di guardare la luna, non c'è bisogno di pregare.
Niente di più, niente di meno.

martedì 8 ottobre 2013

Gli esodati del sangue.

E’ proprio vero, la solidarietà si paga.
L’ultimo regalo della riforma Fornero, quella della lacrimuccia per intenderci, è indirizzato proprio ai donatori di sangue; ad un anno dall’applicazione dell’ennesima riforma delle pensioni, si scopre che i giorni di assenza dal lavoro per donare il sangue o il midollo osseo, vanno recuperati per raggiungere il tetto di giornate lavorative necessarie al pensionamento. 
Infatti, chiedendo i conteggi per andare a riposo, alcuni lavoratori/donatori si sono sentiti rispondere che i giorni di permesso, retribuito al 100% per donare il sangue, non sono validi per maturare il diritto pensionistico.
Il regalino della professoressa dalla lacrima facile, varrà per tutti coloro che andranno in pensione entro il 2017 senza aver raggiunto i 62 anni di età.
I giorni in questione saranno recuperati in sede di conteggio oppure il pensionato subirà una penalizzazione del 2% sull’assegno vitalizio; quindi, chi, per aiutare il prossimo, ha donato il sangue 100 volte nell’arco della sua carriera lavorativa, dovrà recuperare questi 100 giorni che, sommati alle festività e alle domeniche, rischiano di diventare complessivamente anche 4-6 mesi.
Ma, attenzione, perché le sorprese non potrebbero finire qui.
Se, ai fini del conteggio previdenziale, varranno dopo il 2017 soltanto le giornate effettivamente lavorate (e non i periodi di accredito figurativo dei contributi), potrebbero incappare nella penalizzazione anche tutte le altre fattispecie di assenze retribuite ad oggi esistenti.
Senza le migliaia di volontari che ogni giorno offrono gratuitamente la loro disponibilità donando a chi ne ha bisogno un bene così prezioso quale il sangue, tante prestazioni chirurgiche non potrebbero essere garantite, tante vite non potrebbero essere salvate e tante emergenze finirebbero in inevitabili tragedie.
E allora cosa fa la casta politica?
Invece di stimolare e incentivare le donazioni, penalizza i donatori.
E’ chiaro che penalizzando i donatori dal punto di vista pensionistico, non si riconosce più il valore morale e solidale della donazione di sangue, scoraggiando per l’immediato futuro la chiamata dei donatori.
Soprattutto, lo riteniamo eticamente riprovevole verso chi dona e contemporaneamente molto disincentivante per chi vuole continuare oppure iniziare a farlo.
E pensare che qualche “testolina” della nostra amministrazione aveva, ben prima dell’esistenza della ministra "una lacrima sul viso", anticipato questa nefandezza eliminando dal conteggio delle giornate valide per la remunerazione del FUA ai lavoratori, queste tipologie di assenze.

Ma, forse tutto questo è troppo choosy!