Ministero dell'Economia e delle Finanze

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martedì 23 luglio 2013

Poveri padroni....

Mentre interi settori di popolazione sprofondano nel baratro della povertà, la borghesia ride.
Per loro, questo è libero mercato; per noi, ingiustizia e disuguaglianza sociale.





Il numero uno della Fiat Sergio Marchionne è il manager più pagato tra le società italiane quotate in Piazza Affari nel 2012, con 47,9 milioni di euro complessivi, al lordo delle tasse.
Luigi Francavilla, vicepresidente di Luxottica, è il secondo con 28,8 milioni.
Federico Marchetti, presidente e amministratore delegato di Yoox, è il terzo con 22,61 milioni.
I cento superdirigenti più pagati di Piazza Affari hanno guadagnato 402 milioni di euro lordi complessivi, vale a dire 50 milioni in più dei primi cento nel 2011 (la torta era di 352 milioni) e un centinaio di milioni in più del 2010, secondo un'inchiesta del Sole 24 Ore basata sui dati che le società quotate sono obbligate a pubblicare.
Nel conto sono compresi gli stipendi, i bonus, eventuali buonuscite, le plusvalenze per l'esercizio di stock option e il controvalore di azioni gratuite assegnate l'anno scorso. Sono esclusi i benefici non monetari, i «fringe benefit» come polizze sanitarie, previdenza integrativa, automobili e case pagate dall'azienda.
Talvolta questi benefici raggiungono cifre importanti: il record è di Franco Bernabè, presidente di Telecom Italia, con 490.000 euro di «benefici non monetari», davanti a Giampiero Pesenti, presidente Italmobiliare e Italcementi, con 453.548 euro.
Nel 2012, anno sesto della grande crisi mondiale, sono stati soprattutto i guadagni azionari, come i premi in azioni gratuite o l'esercizio delle stock option assegnate in anni precedenti, a far esplodere le retribuzioni. Questo malgrado i piccoli azionisti e i dipendenti di numerose società non abbiano avuto soddisfazioni.
L'indice generale della Borsa (Ftse Italia All share) l'anno scorso è aumentato dell'8,36%, ma negli ultimi 3 anni è calato del 27,39 per cento.
Lo stipendio di Marchionne è aumentato del 48% a 7,16 milioni lordi: 4,27 milioni come a.d. di Fiat Spa, il settore auto che controlla anche l'americana Chrysler, più 2,89 milioni come presidente di Fiat Industrial, camion e macchine agricole. Il grosso del guadagno di Marchionne deriva dalle azioni gratuite («stock grant») che gli sono state assegnate all'inizio del 2012, in base al piano del 2009. Questi titoli il giorno dell'assegnazione valevano 40,7 milioni, secondo i documenti della società.
Il superpremio a Marchionne è stato riconosciuto dalla Fiat in base ai risultati.
Se dall'arrivo del manager al Lingotto nel 2004 i conti finanziari dichiarati da Torino appaiono migliorati, anche per l'effetto-Chrysler, a livello industriale in Italia il gruppo Fiat appare indebolito e ha perso quote di mercato: dal 2009 al 2012 la quota di mercato Fiat in Italia è scesa dal 32,8 al 29,6%, in Europa (comprese le nazioni aderenti all'Efta) è diminuita dall'8,7% al 6,4 per cento. Con il bilancio 2012 la Fiat Spa non ha distribuito dividendo ai soci, ha pagato la cedola Fiat Industrial.
In media il compenso totale dei primi 100 manager è di 4 milioni a testa.
Se si esclude il guadagno eccezionale di Marchionne, la media dei primi 100 è di 3,6 milioni, il 2,8% in più rispetto alla media 2011 (3,5 milioni).
Ci sono 8 superdirigenti con oltre 10 milioni di guadagni, 21 sopra i 4 milioni, 55 oltre i due milioni e 149 con almeno un milione in busta paga (gli ultimi due "mono-milionari" sono Alessandro Pansa di Finmeccanica con 1,02 milioni e Urbano Cairo con 1,005 milioni).
Nei primi sei ci sono 4 manager di Luxottica, che ha aumentato del 24% gli utili netti a 567 milioni e distribuito 273 milioni di dividendi. L'a.d., Andrea Guerra, ha guadagnato 14,34 milioni, di cui 4,3 milioni di stipendio e 10 milioni di controvalore per le azioni gratuite ricevute in base ai risultati, secondo il piano del 2009. In Borsa l'anno scorso le azioni Luxottica sono aumentate del 43% circa.
Più sorprendente è l'acuto di Luigi Francavilla, vicepresidente di Luxottica, nato nel 1937 in provincia di Taranto: ha guadagnato 28,8 milioni lordi, in larga parte plusvalenze per l'esercizio di stock option e per il controvalore di azioni gratuite, i compensi monetari sono limitati a 799mila euro.
Una sorpresa anche il numero tre, Federico Marchetti, fondatore e tuttora azionista (quasi il 7%) di Yoox, giovane azienda bolognese che sviluppa e gestisce su internet negozi online per i principali marchi della moda, entrata in Borsa a fine 2009. Nato a Ravenna 44 anni fa e laureato alla Bocconi, Marchetti ha uno stipendio di 1,65 milioni lordi ed è passato all'incasso di parte delle stock option che si è assegnato. L'intero pacchetto ai fini fiscali valeva, ai tempi della sottoscrizione, una plusvalenza di 20,96 milioni. Intanto le azioni Yoox continuano a correre. La società, che nel 2012 ha fatturato 375,9 milioni con un utile netto consolidato di circa 10 milioni, secondo la Borsa vale 1.129 milioni, poco più della metà di un colosso industriale, sia pure malato, come Finmeccanica.
Tra i manager pubblici il più pagato è l'ex a.d. della Saipem Pietro Franco Tali con 6,94 milioni, 12mo davanti all'a.d. Eni Paolo Scaroni (6,77 milioni, compreso il gettone del cda Generali), Fulvio Conti dell'Enel è 22mo con 3,97 milioni.
Luca Cordero di Montezemolo, presidente della Ferrari con diverse altre cariche, è 14mo con 5,7 milioni. Il numero uno della Pirelli Marco Tronchetti Provera è 24mo con 3,77 milioni, il presidente di Exor e Fiat John Elkann 27mo con 3,42 milioni, Diego Della Valle, patron della Tod's, è 78mo con 1,64 milioni (senza considerare i circa 50 milioni di dividendi).
Tra i banchieri, l'a.d. di Intesa Sanpaolo Enrico Cucchiani è 38mo con 2,66 milioni di stipendio, Federico Ghizzoni di Unicredit è 53mo con 2,06 milioni, tre posti davanti ad Alberto Nagel di Mediobanca con 1,92 milioni. Il più pagato in banca è l'ex capo dei rischi di Unicredit, Kallol Karl Guha, 4,18 milioni, di cui 2,51 di buonuscita dopo meno di 4 anni dall'assunzione.
Solo due donne nei primi 100, la prima anche nel 2012 è Giulia Ligresti con 1,74 milioni, 67ma, la sorella Jonella con 1,1 milioni è 125ma (colpite tre giorni fa da ordine di arresto nell'inchiesta Fondiaria-Sai insieme al fratello Paolo, 131mo con 1,09 milioni). La seconda nei top 100 è Monica Mondardini, a.d. Espresso, con 1,64 milioni è 76ma. La presidente di Mondadori, Marina Berlusconi, è oltre il 200mo posto e ottava tra le donne, con 636.638 euro, preceduta anche da Gina Nieri (Mediaset, 978.908), Alessandra Gritti (Tip, 879.187), Donatella Treu (a.d. Il Sole 24 Ore, 691.854) e Azzurra Caltagirone (664.000).

sabato 20 luglio 2013

Per tutti i giorni che verranno.



In piazza Alimonda arriviamo sempre presto.
E' lì che incomincia il sentire con gli occhi.
E' nella piazza chiusa al traffico che si apre la memoria.
E rivediamo quell'anno, e tutti gli anni a seguire.
I primi fiori, i primi striscioni, tutto in una calma quasi irreale.
Dopo un anno rivedi le persone ed è come se le avessi viste il giorno prima.
Si allestisce il palco, si parla sottovoce ma riusciamo lo stesso a capirci.
Lasciamo che la mente e gli occhi vaghino e inevitabilmente cerchiamo un punto preciso, ma distogliamo lo sguardo; non è ancora il tempo di ricordarti in quel punto, non è ancora il tempo.
Ricordare quel giorno, malgrado quel punto lo ricordi tutti i giorni.
I giorni in cui arrivano le notizie che in qualche altra parte di questo Paese e nel mondo, c'è un altro punto diverso, eppure tragicamente uguale.
In piazza Alimonda ci arriviamo presto e ce ne andiamo quasi per ultimi, quando la musica tace e il traffico ricomincia a farsi sentire.
Guardiamo ancora per un po’ quel luogo che prima era per noi un luogo anonimo, che non ci apparteneva ed è lì che riscopriamo di essere noi ad appartenergli perché è lì, il nostro modo di resistere.
Per Carlo, per le tracce che non si vedono più ma si sentono dentro al cuore, per le mille ferite e per i tanti compagni e fratelli che ci hanno portato via.

Riprendiamoceli sabato 20 luglio e tutti i giorni che verranno. 

martedì 9 luglio 2013

Protocollo d'intesa del 9 luglio 2013

Oggi, l'amministrazione e le organizzazioni sindacali hanno siglato un protocollo d'intesa che avvierà un processo di verifica dei flussi di spesa del MEF, al fine di individuare economie da destinare ai lavoratori.
La verifica dovrà essere iniziata e conclusa al più presto dall'amministrazione..........


giovedì 4 luglio 2013

La Consulta e la rappresentanza.

La Corte Costituzionale, nella camera di consiglio di ieri, ha dichiarato l'illegittimità costituzionale dell'art. 19, 1° c. lett. b) della legge 20 maggio 1970, n. 300 "Statuto dei lavoratori" nella parte in cui non prevede che la rappresentanza sindacale aziendale (RSA) sia costituita anche nell'ambito di associazioni sindacali che, pur non firmatarie di contratti collettivi applicati nell'unità produttiva, abbiano comunque partecipato alla negoziazione relativa agli stessi contratti quali rappresentanti dei lavoratori dell'azienda.
Siamo ben consapevoli che tale questione, per chi come noi ha trascorso gran parte della loro esperienza nel rivendicare il diritto di democrazia e di rappresentanza nei luoghi di lavoro, non appassiona più di tanto i lavoratori, soprattutto in un contesto ministeriale come il nostro e dove l'attenzione è rivolta a come sopravvivere quotidianamente alla ferocia del padronato.
Crediamo, però, che sia opportuno spiegare, per chi avrà la voglia di approfondire il tema, la nostra posizione al riguardo in relazione anche all'odioso accordo siglato nello scorso mese di maggio tra padronato e sindacati collaborazionisti, per il quale la possibilità di esercitare i diritti sindacali era condizionato alla sottoscrizione degli accordi e alla rinunzia allo sciopero.
Il 31 maggio, infatti, i padroni di Confindustria e i vertici di CGIL, CISL, UIL e UGL hanno raggiunto un’intesa in materia di rappresentanza e rappresentatività sindacale.
L’accordo era stato salutato in modo entusiasta dal presidente di Confindustria e dalle direzioni confederali dei sindacati firmatari.
Persino Re Giorgio lo ha portato ad esempio, fra un pugno di miliardari e milioni di disoccupati, come la favola della "coesione sociale".
Risulta chiaro che questo accordo è stato firmato in un contesto economico e politico ben preciso: una crisi sistemica profonda e di lunga durata che scuote le strutture e le sovrastrutture del capitalismo, il cui peso viene gettato completamente sulle spalle dei lavoratori; impoverimento di massa, disuguaglianze sociali sempre più marcate, un governo di "larghe intese" al servizio esclusivo del capitale finanziario, ampiamente screditato agli occhi delle masse, che va avanti nella politica di austerità e di guerra.
In questo quadro, quello che teme di più la borghesia, è il riaccendersi dello scontro sociale, come sta avvenendo in altri paesi.
Ciò spinge i padroni ed i loro complici a prendere misure per cercare di mantenere la "pace sociale", perché sono consapevoli che i lavoratori sfruttati non saranno disposti a sopportare a lungo questa situazione.
L’obiettivo è quello, pertanto, di tagliare fuori, disorganizzare e reprimere i settori più combattivi del proletariato.
L’accordo, quindi, rientra in questa logica e va in parallelo con le controriforme elettorali e quelle istituzionali in cantiere.
Si tratta di aspetti di un solo processo reazionario che sta subendo un’accelerazione nella situazione creata dal perdurare della crisi economica, dal diffondersi del malcontento e della rabbia fra i lavoratori e dall’offensiva reazionaria dei monopoli capitalistici.
I padroni puntano a intensificare lo sfruttamento, a incrementare il ricatto occupazionale, a distruggere gradualmente tutte le residue conquiste dei lavoratori per rialzare i profitti e competere con i loro concorrenti.
Perciò pretendono l' "esigibilità" dei contratti-truffa e degli accordi capestro per le ristrutturazioni e i licenziamenti di massa, i ribassi salariali, la flessibilità.
Vogliono procedere su questa strada senza trovare ostacoli da parte della conflittualità diffusa, ma ancora, purtroppo, non organizzata.
Da parte loro, i pseudo sindacati si spostano ancora più a destra.
Mentre la classe dominata abbandona i tradizionali partiti parlamentari e si radicalizzano, costoro si trasformano in un centri di smobilitazione e crumiraggio dei lavoratori per puntellare il capitale finanziario e i suoi governi.
Ma criticare ed opporsi a quest'accordo, solo dall'angolo visuale della soglia di sbarramento per accedere al tavolo, tipico di alcune realtà sindacali alternative, non è il nostro percorso poiché l'intenzione ci pare essere quella non più di rispondere alla domanda di cambiamento da parte dei lavoratori, ma di sostituirsi ai sindacati confederali nell’esercizio della rappresentanza.
La nostra esperienza dimostra, invece, che socialmente esiste uno spazio per l’autorganizzazione attorno al tema dei diritti.
Riteniamo che la presenza ai tavoli di contrattazione non è l’orizzonte politico-sindacale, anzi.
La scomposizione del lavoro determinata dalle logiche di esternalizzazione e della precarizzazione di massa trova, spesso, nello sfruttamento intensivo tanto del fattore lavoro, quanto del fattore ambiente, una resistenza "territoriale" in grado anche di ricomporsi e di rivendicare diritti in maniera autonoma.
Il diritto alla salubrità dell’ambiente, ad un orario di lavoro dignitoso, il diritto alla malattia, il diritto alla parità di condizioni di lavoro e di retribuzione sono spesso in grado di determinare ricomposizione e conflitto, perché non accettano mediazioni.
Il tema vero è, quindi, sul piano sociale, prima ancora che sindacale.
Questo è il punto centrale di tutto il ragionamento che deve essere sviluppato.
Oggi, non esiste un tecnicismo giuridico che possa essere efficace sul terreno della conquista della rappresentanza; il problema non è quello di chiedere una legge che consenta di sedersi ai tavoli nazionali con sindacati confederali, padroni e governo.
La conquista della rappresentatività, dal punto di vista delle lotte, si può dare solo in termini di rapporti di forza.
Non ci riconosciamo, perciò, nelle squadre che partecipano a questo campionato e, tanto meno, ci riconosciamo nelle regole che lo presiedono.
La partita che dobbiamo giocare si svolge da un'altra parte e con altre regole.
Quello che sta avvenendo in numerose realtà lavorative, è la dimostrazione che, regole o non regole, dove il conflitto è vero, le regole sulla rappresentanza vengono scritte giorno dopo giorno, fuori dal contesto legislativo in essere.

La firma di questo vergognoso accordo, al di là della recente pronuncia di illegittimità costituzionale, pone a tutti noi, alla classe resistente il problema di come farlo saltare e respingere l’attacco al diritto di sciopero, affermando gli interessi di classe.
E’ chiaro, quindi, che ciò potrà avvenire non grazie ad una legge borghese, ma solo sulla base dello sviluppo della mobilitazione e dell’autorganizzazione autonoma della classe degli sfruttati in tutti i posti di lavoro, nelle fabbriche, nei ministeri, nelle piazze, sul territorio.

E noi, lavoratori del MEF, non siamo esentati da questo.

lunedì 1 luglio 2013

Una coppia di fatto.


Intervista in "tandem" su Panorama del ViceMinistro dell'Economia e delle Finanze, deputato Pd, con il capogruppo alla Camera del Pdl - Leggi tutto
Ma per avere un quadro d'insieme più ampio e al fine di stimolare il senso critico e la capacità di porsi delle domande, offriamo ai lavoratori del MEF la dichiarazione del ViceMinistro rilasciata a Porta Porta nel "lontano" 20 marzo 2013.