Ministero dell'Economia e delle Finanze

Ministero dell'Economia e delle Finanze

mercoledì 28 novembre 2012

CED Latina.


Gentili colleghi,
alcuni di voi ci hanno inviato il comunicato a firma dei Lavoratori Autorganizzati del CED di Latina, e che vi riportiamo integralmente, con la richiesta di ottenere informazioni in merito unitamente a conoscerne la fonte.
Su questo specifico punto, chiariamo immediatamente che non conosciamo l'estensore o gli estensori ma, tuttavia, non crediamo che questo sia l'aspetto sul quale porre l'attenzione.
Infatti, per quanto concerne il contenuto del documento, per quanto ci riguarda, questo è condivisibile su molti dei punti evidenziati così come l'analisi, nel suo complesso, merita sicuramente apprezzamento.
Detto questo, però, pur essendo sempre più convinti che l'autorganizzazione dei lavoratori sia l'unica strada possibile da percorrere considerato il desolante panorama, sia culturale che sindacale, che ogni giorno ammiriamo dal nostro posto di lavoro, questa ha un senso se si costruiscono le sue fondamenta con la partecipazione collettiva e la condivisione delle iniziative.
La direzione in cui procede il nostro lavoro, infatti, è quella della costruzione di una vera e propria rete condivisa, democratica, partecipata dei lavoratori del MEF, che ha una propria linea ma non è "di linea", nel senso che non è megafono di nessuno.
Ed è in questa direzione che abbiamo chiesto e chiediamo ancora oggi ai colleghi del MEF di aprire un confronto ampio per la costruzione di una rete di lotta, dal basso, allargata con quanti si riconoscono in questa breve presentazione del progetto.
La proposta, in concreto, è quella di costruire collettivi di lotta in ogni singolo posto di lavoro, senza contaminarsi da realtà pseudo sindacali, che si assumano il compito di documentare i processi di resistenza, così come di collegare in una rete comune gli strumenti di comunicazione libera.
La prospettiva è quella di arricchire ulteriormente la capacità informativa dei lavoratori del MEF, estendere il più possibile la raccolta d’informazioni, migliorare la strutturazione della comunicazione, strutturare al meglio la collaborazione con chi vive quotidianamente l'alienazione dello sfruttamento.
Ben vengano, quindi, forme di autorganizzazione dei lavoratori in ogni posto di lavoro ma solo a condizione che ne si condividano esperienze, bisogni e necessità.
Insomma, autorganizzare, insieme, le lotte.
 
Cordiali saluti.
Lavoratori Autorganizzati MEF
 

CALL CENTER DI LATINA: PIATTAFORMA RIVENDICATIVA CED LATINA
In data 10/11/12 si è tenuta un’assemblea esterna al posto di lavoro dei Lavoratori Autorganizzati del CED di Latina. L’assemblea ha preso atto  del notevole disagio che in  più occasioni i lavoratori del Call Center del Tesoro di Latina, hanno espresso per l’aumento del carico di lavoro e per i disservizi sorti alla nascita del nuovo portale PA.
L’assemblea ritiene di dover rimarcare, con atti formali e sostanziali, da mettere in campo nei confronti dell’Amministrazione Centrale e Periferica, il malessere che grava sugli operatori del Call Center.
L’assemblea ha preso inoltre atto delle proteste provenienti dai colleghi, (vedi lettera di trasferimento ad altri incarichi), già notificate all’amministrazione , esprimendo nel contempo piena solidarietà al movimento di lotta costituitosi.

L’assemblea dei Lavoratori Autorganizzati del CED di Latina  ha tuttavia evidenziato la necessità di addivenire al più presto alla definizione di una piattaforma rivendicativa di posto di lavoro, capace di omogeneizzare le rivendicazioni e di individuare obiettivi reali legati alla crescita professionale ed al conseguente riconoscimento economico delle funzioni svolte.
A tale proposito l’assemblea ha avanzato le seguenti proposte:
a)  per le attività svolte in materia di assistenza 730 si richiede il  riconoscimento giuridico della figura di CONSULENTE TRIBUTARIO ADDETTO AL SERVIZIO TELEFONICO. Considerata la pregnanza dei compiti affidati agli operatori stessi, non ultima la rilevanza esterna delle consulenze date, si richiede l’inquadramento nell’area C;
b)   riconoscimento della qualificata esperienza nello svolgimento dell’attività di consulente. Per ogni anno di servizio prestato nel Call Center si richiede l’acquisizione, automatica e non discrezionale, di un credito formativo spendibile ai fini della progressione di carriera;
c)   in considerazione dell’attività fortemente logorante svolta dagli operatori, ai carichi di lavoro fortemente stressanti, si richiede l’equiparazione del lavoro di consulente ,all’ attività logoranti con conseguente godimento delle prerogative riservate ai lavori usuranti;
d)   ­le responsabilità cui vengono chiamati gli operatori non sono supportate da un’adeguata formazione. Quest’ultima, attualmente, viene sostanzialmente sopperita dall’autoformazione degli addetti stessi. Si richiedono corsi, a cadenza almeno trimestrale, gestiti da docenti qualificati, provenienti dalla Scuola Superiore di Economia e finanza. Va garantito il materiale per l’aggiornamento (libri e riviste specializzate) il cui onere grava, attualmente, solo sui lavoratori;
e)   i carichi di lavoro, unitamente al livello di responsabilità ed alle carenze di personale, rendono oltremodo penosa l’attività di consulente.  La consulenza telefonica viene a tutt’oggi svolta fino al limite massimo di sette ore e mezzo (7.30) ore, 5 ore la mattina, mezzora di pausa pranzo (solo di recente introdotta ) e 2.30 ore il pomeriggio. L’orario di servizio del Call Center fino al limite massimo di sette ore e mezzo (7.30) è assicurato, mattina e pomeriggio non attraverso turni di lavoro,( cosa ottimale e caratteristica di tutte le organizzazioni di strutture che offrono servizi  di Call  Center ) ma il presidio delle postazioni telefoniche del Numero Verde è garantito, con risorse minimali di lavoratori in attività di rientro finalizzata alla settimana corta, recupero permessi e straordinario. L’organico attuale è sottodimensionato rispetto al numero reale di postazioni telefoniche, 29 operatori per un totale di 37 postazioni. Si ritiene urgente determinare un nuovo contingente di personale che incrementi gli attuali addetti del Front-End e la rivisitazione dell’ organizzazione dell’orario di lavoro, con l’introduzione delle turnazioni, che limiterebbe il tipo d’attività altamente logorante del Servizo di addetto al Call Center. La mancata accettazione di dette proposte vedrà, necessariamente, comportare vertenze locali a difesa della salute dei lavoratori;
f)  l’inefficienza e l’inefficacia dell’attuale attività del servizio del Call Center, per inadempienze da parte dell’amministrazione nel prendere decisioni e provvedimenti atti alla soluzione delle problematiche che da tempo affliggono tale struttura, non hanno fatto nient’altro che rendere l’attività di “back office” preponderate, scaricando su tale struttura un aumento notevole di Incident da trattare e riducendo  notevolmente il   tempo necessario alla formazione ed all’autoformazione. Tale situazione sicuramente nuoce all’efficienza del servizio ed aggrava irrimediabilmente la condizione lavorativa degli addetti all’attività.
g)   il numero di risposte telefoniche che il call Center deve assicurare quotidianamente non è stato ancora definito, tuttavia, agli operatori viene ambiguamente richiesto di garantire una risposta all’80%  delle domande telefoniche pervenute. La mancanza di un numero massimo di chiamate di riferimento, rende sconcertante la pretesa dell’Amministrazione. Urge aprire una concreta e responsabile discussione sull’effettivo carico di chiamate sopportabile dai lavoratori che salvaguardi la qualità del servizio, la professionalità e le condizioni psico-fisiche degli addetti;
h)   la scarsa incentivazione economica, nei confronti dei lavoratori del Servizio d’Assistenza nella sua interezza ( Front e Back-office ) attualmente erogata, avrebbe l’ambizione di risarcire gli operatori della particolare penosita’ dell’attività che sono chiamati a svolgere.  L’incentivazione sicuramente non assolve a detto compito e si dimostra economicamente irrisoria se si  considerano  gli aggravi che bisogna sopportare  per ottenerla. In verità gli operatori sottoposti  a carichi di lavoro diversi dagli altri uffici, costretti a continuo e faticoso aggiornamento, sottoposti a nocive emissioni elettromagnetiche, a pressione psicologica derivante dal colloquio con il contribuente, sono sicuramente non remunerati adeguatamente. Si richiede che gli attuali e pochi incentivi si trasformino in riconoscimento professionale legato alla specificità dell’attività svolta. Va pertanto rigettata l’attuale impostazione che vede l’incentivazione finanziata dal fondo d’amministrazione con conseguente danno per gli altri colleghi costretti a tirare dalla propria parte la coperta corta. Si chiede pertanto che l’incentivo si trasformi in indennità professionale e stabile voce dello stipendio.
i)    visite periodiche di accertamento delle condizioni psico-fisiche. Nonostante l’esposizione dei lavoratori ad attività nociva e logorante, l’amministrazione non si preoccupa di garantire costanti e non superficiali, indagini sanitarie.

Alla luce di quanto esposto l’assemblea dei Lavoratori Autorganizzati del CED di Latina, invita tutti i colleghi del Call Center ad intervenire con proposte o emendamenti alla presente piattaforma. Invita inoltre la RSU di posto di lavoro e i sindacati tutti a farsi promotrice delle rivendicazioni sopra elencate e di quelle che perverranno in conseguenza del dibattito.
L’assemblea degli Autorganizzati infine ritiene ed invita l’RSU ad indire assemblea di tutto il personale del CED di Latina ritenendo che le attuali situazioni di lavoro e di salute, non riguardino solo gli addetti al Call Center.

La produttività dei padroni.


Nell'ultima settimana il paese è stato attraversato da un’ondata di proteste.
Decine di migliaia di studenti, principalmente delle scuole medie superiori, sono scesi in piazza per contestare le politiche del governo e della Banca Centrale Europea.
La radicalità espressa dalle mobilitazioni e la prevedibile brutalità con cui la polizia ha tentato di reprimerle, sono state le notizie che hanno monopolizzato il dibattito pubblico sui media.
Quasi per paradosso, il destino ha voluto che proprio nelle stesse ore, nel silenzio generale, si stesse portando a compimento uno dei principali obiettivi del governo e del padronato nostrano: l’accordo sulla produttività.
Ancora oggi, con la pagliacciata delle primarie, la coltre del silenzio continua ad avvolgere questo gravissimo fatto.
L’accordo sulla produttività non è nient’altro che la naturale evoluzione dello scellerato accordo interconfederale del 28 giugno 2011 con cui le parti sociali (Cgil compresa), s’impegnavano a dare centralità alla cosiddetta contrattazione di secondo livello.
Con la nuova intesa, quindi, si stabiliscono le basi per procedere ai numerosi rinnovi contrattuali che ci saranno nel prossimo futuro, in primis quello dei metalmeccanici.
Ma cosa prevede l’accordo sulla produttività?
Verrebbe da dire niente di nuovo o, meglio, un vero e proprio ritorno al passato, al cottimo per la precisione.
In realtà non si tratta di una novità assoluta, poiché in tutte le aziende, tra le quali anche la nostra anche se pubblica amministrazione, dove è presente una contrattazione di secondo livello, parte del salario è già agganciato al raggiungimento di obiettivi: l’intento dichiarato dalle parti in questo nuovo accordo è di aumentare questa percentuale a discapito della contrattazione collettiva.
Aumentare la produttività significa aumentare la quantità di merci o servizi prodotti in un determinato tempo rispetto a quanto fatto in precedenza cioè, in parole povere, lavorare più intensamente, aumentare il livello di sfruttamento e, quindi, i margini di profitto.
Per far sì che i lavoratori subiscano senza troppe rimostranze quest’ennesimo attacco, il governo dal canto suo s’impegna, a seguito della firma dell’accordo da parte dei sindacati, ad emettere un provvedimento che abbassi il prelievo fiscale sugli incentivi alla produzione.
Si tratta in parte della famosa “paccata” di miliardi promessa dalla Fornero che nessuno ha mai visto e che doveva, tra l’altro, estendere anche gli ammortizzatori sociali.
In pratica, il lavoratore dovrebbe accusare meno il colpo perché, pagando un po’ meno tasse, non troverà grosse differenze in busta paga, o addirittura talvolta qualche spicciolo in più; peccato, però, che proprio per colmare quelle minori entrate l’esecutivo dovrà prontamente ridurre le uscite e, quindi, tagliare ancora di più sui servizi come scuola, sanità e trasporti.
Alla fine della fiera, quindi, ci troveremo ad aver lavorato di più e ad avere meno in termini di salario indiretto.
Tutto questo al netto delle “truffe” che normalmente operano le grandi aziende e che ben conoscono i lavoratori visto che spesso, pur di non pagare i premi, si ricorre a cavilli inseriti ad arte nei contratti e che puntualmente vengono trascurati dai sindacati in sede di trattativa.
Il governo ha più volte posto l’accento che la questione della produttività è il nodo centrale e che questa intesa è di vitale importanza per il futuro del nostro paese, in particolare per quanto concerne l’aspetto dell’occupazione.
Come abbiamo detto in precedenza, quest’accordo incide direttamente sui livelli di profittabilità e tanto basta a chiarire quali interessi ha a cuore il governo, ma più sottile è capire come ciò si collega alle politiche per l’impiego.
A nessuno, infatti, sfugge il fatto che se si lavora di più c’è bisogno di meno personale e, quindi, un aumento della produttività determina automaticamente una diminuzione dei livelli occupazionali.
Ebbene, nei fatti con questo accordo si palesa chiaramente qual è l’unica strategia del governo per l’occupazione: partecipare a livello internazionale alla gara al ribasso del costo del lavoro nella speranza di intercettare gli investimenti stranieri.
La Cisl, la Uil e l’Ugl hanno già sottoscritto, mentre la Cgil no.
Ma la mancata sottoscrizione della Cgil, a differenza di quanto si possa immaginare, non riguarda i contenuti dell’accordo (che sono pienamente condivisi), ma tutt’altra questione, che esula dai temi oggetto di trattativa, quale l’ammissione, per esempio, della Fiom al tavolo per il rinnovo del CCNL dei metalmeccanici.
Quindi, ancora una volta la parte datoriale, il governo e i sindacati pensano di dare “slancio” al paese colpendo i diritti dei lavoratori.
L'accordo sulla produttività non è altro che un ulteriore frutto avvelenato, una soluzione di comodo sulla pelle dei più deboli: riduzione dei salari reali, nessuna detassazione sulle tredicesime, contrattazione aziendale a discapito di quella nazionale, così da legittimare i ricatti di datori di lavoro come la Fiat insegna.
Infatti, la sostituzione della contrattazione aziendale e individuale a quella collettiva e nazionale indebolirà ancora di più la capacità contrattuale dei lavoratori, sia in gruppo che singoli.
Saremo ancora più deboli e, di conseguenza, la nostra condizione, che dipende dai rapporti di forza, non dalle regalie del padrone o dalle fasi di sviluppo, sempre o spesso contingenti, sarà peggiore.
Bisogna, pertanto, spiegare bene questa truffa dell’accordo sulla produttività perché altrimenti, in questa situazione di incultura e regressione politica e sindacale dilagante, può sembrare giusta e moderna.
Il nostro principio base era ed è tuttora che a "uguale lavoro, uguale salario", con l’idea portante che l'unificazione dei lavoratori di ogni categoria in un fronte coeso e compatto permette di costituire la massa critica atta a contrastare lo strapotere padronale e a garantire, collettivamente e per ciascuno, miglioramenti salariali e normativi altrimenti irraggiungibili.
Quella idea era ed è profondamente giusta.
Non è un caso che oggi viene rovesciata.
 

giovedì 22 novembre 2012

I pantaloni rosa.


Si chiamava Davide, ma i compagni, per offenderlo, lo chiamavano il "ragazzo dai vestiti rosa".
Davide è morto di omofobia, ieri pomeriggio.

Si è ucciso poco dopo le 17.
Non ce l'ha fatta più a sopportare quegli insulti che lo perseguitavano da troppo tempo.
I compagni lo denigravano da quando si era iscritto al liceo, in una zona centrale della Capitale.
Un tormento quasi quotidiano.
A scuola.
Ma anche sul web.
Avevano persino creato una pagina facebook, in cui lo prendevano continuamente in giro per i suoi modi di fare e anche per l'abbigliamento, per il suo colore preferito, il rosa.
Quella pagina era là, visibile a tutti, da tempo.
E questo Davide lo sapeva bene, forse si era anche rassegnato.
E martedì, quando si è presentato a scuola con lo smalto alle unghie, lo hanno deriso ancora e apostrofato "frocio", “ricchione”.
E dopo che una professoressa lo aveva ripreso per lo smalto, dicendogli che “non era il caso”, è tornato a casa e si è impiccato con la sua sciarpa.
A 15 anni.
Quel che è certo e che Davide voleva solo essere se stesso.
Voleva essere semplicemente Davide, un ragazzo con i pantaloni rosa.
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Riceviamo e pubblichiamo:

Salve,
ho ricevuto la vostra email e sono genitore di uno dei compagni di classe del ragazzo tragicamente scomparso.
Vi chiedo di non ripetere lo stesso errore commesso da molti organi di stampa in questi giorni, di non prendere lo stesso abbaglio, e di verificare le notizie prima di pubblicare commenti e opinioni non sostenute da fatti reali.
Noi, i compagni di classe, gli insegnanti, che stiamo vivendo in prima persona questo dramma sappiamo come stanno effettivamente le cose, ma nessuno si è preso l'onere di venircelo a chiedere prima di pubblicare articoli basati solo su supposizioni. Solo ieri qualcuno si è fatto vivo è ha iniziato perlomeno a porsi qualche dubbio, quando ormai le notizie false avevano iniziato a diffondersi in maniera incontrollata.  
Quindi, pur essendo consapevoli che, in questi casi, la cosa migliore che si può fare per rispetto dei familiari e delle persone coinvolte in questo dramma, è mantenere un rispettoso silenzio, vi chiedo cortesemente di pubblicare il comunicato che è stato redatto ieri dai compagni/insegnanti della classe del ragazzo (e concordato anche con il dirigente scolastico), e inviato a vari organi di stampa per rispondere alle numerose falsità che sono state diffuse.
Saluti.
(firmata).

Comunicato "Noi insegnanti"
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Gentile collega,
innanzitutto la ringraziamo per la sua testimonianza.
E' difficilissimo, di fronte ad una vita spezzata di un giovane ragazzo, trovare le parole e le modalità per discutere su quanto possano influenzare i luoghi comuni o le notizie a mezzo stampa.
Ci basiamo solo sulle poche frasi che una madre distrutta dal dolore ha pronunciato: "Lo hanno crocefisso come Gesù: ora voglio giustizia".
E lo stesso Presidente della Repubblica ha espresso preoccupazione "per il persistere di intollerabili atteggiamenti omofobi che ledono i diritti e la dignità della persona e ai quali bisogna opporre un fermo rifiuto".
Per questo, non possiamo condividere la logica che lei ci invita a praticare del "mantenere un rispettoso silenzio", perchè questo vuol dire solo continuare ad alimentare comportamenti e gesti che, invece, devono essere non solo condannati ma estirpati dalla coscienza civile.
 
Ci creda, non ci appartiene né la cultura del sospetto né tantomeno quella della diffamazione.
Nessuno vuole criminalizzare nessuno, e nessuno vuole generalizzare.
Noi siamo convinti, infatti, che saranno gli stessi compagni di scuola, i tanti ragazzi che lo hanno veramente amato, a fare giustizia di quello che è accaduto, aprendosi in modo trasparente così come faceva lui, con i suoi pantaloni rosa e lo smalto alle unghie.
 
Distinti saluti.